EUROPA: VERSO LA DITTATURA

di Gianni Lannes

Il vecchio continente percorre una via senza ritorno. A parte Eurogendfor, il “trattato costituzionale” è un pericolo per tutti che mette a nudo un cancro nascosto nell’Unione europea. Per chi è stato realmente scritto e a chi fa comodo questo testo che massacra il diritto alla libertà dei popoli? Parliamo di qualcosa che pochissimi conoscono realmente, e non si potrà più cambiare.

Milioni di europei sono favorevoli al “progresso” e alla pace, ma non hanno letto questo abominio dalle conseguenze inquietanti. Esistono motivate ragioni per opporsi a questa imposizione calata dall’Atlantico. Non spetta al potere in vigore scrivere il diritto del diritto. La cosiddetta “unione europea non è un insieme di popoli, ma una sommatoria di interessi affaristici e di dominio del genere umano.

Eppure ecco l’elenco dei Paesi che non hanno sottomesso il trattato al loro popolo: Lituania, 11 dicembre 2004, Ungheria, 20 dicembre 2004, Italia, 25 gennaio 2005, Slovenia, 1 febbraio 2005, Germania, 12 maggio 2005, Slovacchia (maggio 2005), Cipro (maggio 2005), Austria (primavera 2005), Belgio (primavera 2005), Grecia (primavera 2005), Malta (luglio 2005), Svezia, dicembre 2005 e tuttavia il 58% degli svedese richiedono un referendum, Estonia (2005), Finlandia (fine 2005), Lettonia (?). I governi che hanno fatto ratificare questo testo dal loro Parlamento nazionale, piuttosto che dal loro popolo (referendum), hanno firmato un’autentica omissione di atti di ufficio, mentre in Italia hanno attentato alla Costituzione repubblicana: i popoli di questi paesi sono privati così al tempo stesso del dibattito e dell’espressione diretta che avrebbe permesso loro di resistere all’arretramento democratico che li espone all’arbitrio.

Di seguito le nazioni che hanno optato per il referendum: Spagna, 20 febbraio 2005, Paesi Bassi, 1 giugno 2005, Francia, 29 maggio 2005, Lussemburgo, 10 luglio 2005, Danimarca, 27 settembre 2005, Portogallo (ottobre 2005), Polonia (fine 2005), Regno Unito (primavera 2006), Repubblica ceca (giugno 2006), Irlanda (2006).

Tre referendum sono consultivi solamente (Spagna, Paesi Bassi e Lussemburgo), e, infine, solo sei popoli sono veramente consultati in questo progetto. I popoli di Francia e Olanda hanno detto no. Che democrazia impeccabile (sic!): sei Paesi realmente consultati su venticinque.

Nel Belpaese la legge di ratifica 7 aprile 2005, numero 57, è stata promulgata, non a caso da Carlo Azeglio Ciampi, e sottoscritta da Berlusconi, Fini e Castelli, grazie al beneplacito della finta opposizione di centrosinistra.

In primo luogo una Costituzione deve essere leggibile per permettere un voto popolare. Una Costituzione non impone questa o quella politica: quel testo è fazioso. Una Costituzione è rivedibile: quel testo è blindato dalla necessità di una doppia unanimità. Una Costituzione protegge dalla tirannide con la separazione dei poteri e il controllo dei poteri: quel testo non istituisce nessun vero controllo dei poteri né una reale separazione dei poteri. Una Costituzione non è concessa dai potenti, è stabilita dallo stesso popolo, al fine di proteggersi dall’arbitrio dei potenti, attraverso un’Assemblea costituente, indipendente, eletta per questo motivo e poi revocata: quel testo incorpora istituzioni europee che sono state scritte da cinquant’ anni dai politicanti al potere, al tempo stesso giudici e parti in causa.

Trattato o Costituzione? Qual è la corretta definizione di questo folle progetto? Questo testo gioca il ruolo di una costituzione e l’ossimoro “Trattato costituzionale”, accostamento di parole contraddittorie, conduce, giocando sulle parole, a creare una norma suprema troppo rigida, troppo difficile da rivedere. Il progetto di Trattato che stabilisce una Costituzione per l’Europa (TCE) è esecutivo senza limitazione di durata , si occupa di quasi tutti gli argomenti essenziali alla vita delle persone , la sua forza giuridica è superiore a tutte le nostre norme nazionali (regolamenti, leggi, Costituzione), istituisce grandi poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) e ne regola gli equilibri. Il progetto di TCE è dunque, per sua natura, una Costituzione, fissa “il diritto del diritto.” Secondo Olivier Gohin, professore all’università di Parigi II: “Il nuovo Trattato è una vera Costituzione dal momento che corrisponde alla definizione materiale di ogni costituzione: organizzazione dei poteri pubblici e garanzia delle libertà fondamentali, con identificazione di un potere costituente (…) la nuova Unione europea raccoglie, da questo momento, gli elementi necessari della definizione dello stato” . Un evidente arbitrio è dettato dalla primazia del diritto europeo, anche di un semplice regolamento, sull’insieme del diritto degli Stati membri, anche sulla loro Costituzione.

Primo principio del diritto costituzionale: una Costituzione è un testo leggibile. Una Costituzione deve essere accettata, direttamente, dal popolo che vi si sottomette. Affinché questa accettazione abbia un senso, occorre che il testo sia leggibile dal popolo, da colui che sottoscrive, e non solamente dagli esperti. Da questo punto di vista, il “trattato costituzionale” è lungo e complesso : 485 pagine formato A4. Tale lunghezza, unica al mondo per una Costituzione, è rincarata da una molteplicità di rinvii che la rendono semplicemente illeggibile per i normali cittadini. Certi punti importanti come la definizione dei SIEG (Servizio di Interesse Economico Generale) non appaiono nel testo.

Va notata l’assenza di elenco dei campi nei quali ciascuna istituzione può creare il diritto. Non si trova così, da nessuna parte, l’elenco dei campi nei quali il Parlamento europeo non ha diritto di legiferare. Altri articoli importanti, come l’articolo I-33 che istituisce gli “atti non legislativi”, (regolamenti e decisioni) che permettono ad una Commissione, non eletta, di creare senza controllo parlamentare delle norme altrettanto costrittive delle leggi, non sono accompagnati da un elenco controllabile. Questa lunghezza e questa complessità impediscono ogni critica per i comuni mortali. Una Costituzione è la legge fondamentale, è “il diritto del diritto”, deve potere essere letta da tutti, per essere approvata o respinta con cognizione di causa. Secondo principio del diritto costituzionale: una Costituzione non impone una politica o un’altra, permette il dibattito politico senza imporne le conclusioni. Una Costituzione democratica non è di destra o di sinistra, non è socialista o liberale, una Costituzione non è partigiana: rende possibile il dibattito politico, è sottostante e precedente al dibattito politico. Al contrario, il TCE, oltre a fissare le regole del gioco politico, fissa una volta per tutte il gioco stesso.

In particolare questo testo conferma che l’Europa si priva da sola delle tre principali leve economiche che permettono a tutti gli Stati del mondo di governare. Nessuna politica monetaria: siamo i soli al mondo ad avere reso la nostra banca centrale totalmente indipendente, con in più, come missione principale, costituzionale, intangibile, la lotta contro l’inflazione e non per l’occupazione o per la crescita. Non viene accordato nessuno strumento ai poteri politici per modificare queste finalità. Nessuna politica industriale: l’interdizione di ogni ostacolo alla concorrenza porta con sé l’interdizione di aiutare certi attori nazionali in difficoltà o fragili. È la politica dell’impotenza economica che viene così istituzionalizzata e imposta per molto tempo.

Il progetto di TCE ci priva tutti dell’interesse a riflettere sulle alternative. A che cosa vale continuare il dibattito politico, difatti, dato che ogni alternativa reale è vietata espressamente nel supremo testo? Concretamente, se domani una maggioranza europea volesse cambiare direzione e passare ad un modo di organizzazione non commerciale, più solidale, non potrebbe farlo: occorrerebbe l’unanimità.

Terzo principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica è rivedibile. Tutti i popoli del mondo che vivono in una democrazia possono cambiare il loro patto di governo. Il progetto di TCE è troppo difficilmente rivedibile: per cambiare una virgola a questo testo, occorre prima di tutto l’unanimità dei governi per essere d’accordo su un progetto di revisione, poi ci vuole l’unanimità dei popoli (parlamenti o referendum), per ratificare (questa è detta la procedura di revisione ordinaria). Con 25 Stati, questa procedura di doppia unanimità è una vera garanzia di intangibilità per i sostenitori dell’immobilismo. Concretamente, se una larga maggioranza di europei vuole modificare la legge fondamentale, non potranno farlo.

Questa rigidità eccessiva rasenta un’agilità stupefacente in merito a un’altra procedura che, invece, non richiede l’accordo diretto dei popoli: la procedura di revisione semplificata autorizza uno degli organi dell’unione, il Consiglio dei ministri, a modificare di sua propria iniziativa elementi chiave della Costituzione che condizionino il grado di sovranità conservata dagli Stati membri in tale o tale campo (poiché il passaggio alla maggioranza fa perdere del tutto il diritto di blocco). Si tratta di cosa grave: questa Costituzione è a geometria variabile, ma senza l’avallo diretto dei popoli ad ogni variazione.

Peraltro, nel caso dell’entrata di un nuovo Stato nell’UE, la regola dell’unanimità è una protezione, ma non è l’unanimità dei popoli consultati da referendum ad essere richiesta: è anzitutto l’unanimità dei 25 rappresentanti dei governi (dei quali molti non sono eletti, e dei quali nessuno é eletto con il mandato di decidere su questo punto importante), in seguito l’unanimità degli Stati secondo la loro procedura nazionale di ratifica.

Quarto principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica garantisce contro l’arbitrio assicurando al tempo stesso la separazione dei poteri ed il controllo dei poteri. Anche nel quadro moderno di un’unione di stati, non si vede perché questi principi protettivi del buon senso avrebbero perso il loro valore.

Non è esattamente ciò che è previsto nel progetto di TCE: il Parlamento non h

a affatto l’iniziativa legislativa, cosa già inaccettabile, ed il suo ruolo nel voto del bilancio, anche se aumentato, resta limitato, e soprattutto è escluso dalla deliberazione delle leggi in certi campi, riservati al Consiglio dei Ministri (procedure legislative speciali).

È, in effetti, forse ancora più grave: ho concentrato per molto tempo la mia attenzione sulle leggi (atti legislativi), e sto scoprendo con stupore le “decisioni”, (art. I-33, I-35), “atti non legislativi” molto distinti dai semplici regolamenti. Non c’è niente da ridire sul regolamento che è un testo di applicazione, come i decreti e le ordinanze in Francia, che giustifica un potere normativo limitato conferito tradizionalmente all’esecutivo per fissare velocemente le semplici modalità pratiche dell’applicazione delle leggi. Ma le “decisioni” sono differenti, sono descritte a parte. Le “decisioni” sembrano tanto costrittive quanto le leggi, possono avere una portata generale, ma sembrano più facili da creare delle leggi, meno controllate, (probabilmente dal CJE (Consiglio Generale Europeo) ma non attraverso una discussione parlamentare. Leggendo il testo del TCE, cerco: chi può prendere queste “decisioni” che somigliano a “leggi senza Parlamento?” Il Consiglio europeo (tra capi di stati e di governo), il Consiglio dei ministri e la Commissione (tutti membri dell’esecutivo, a livello nazionale o europeo, e spesso non eletti), e… la Banca Centrale Europea. La BCE ha il potere di prendere da sola delle “decisioni”. E chi la controlla, questa banca centrale?

Abbiamo di fronte un “triangolo” composto dal Parlamento che rappresenta i popoli, dal Consiglio dei Ministri che rappresenta gli Stati, e della Commissione che rappresenta l’interesse generale. La Commissione è principalmente l’emanazione del Consiglio che ne nomina i membri con un riguardo al Parlamento che ne “elegge” anche il suo Presidente (su proposta del Consiglio). La Commissione è totalmente indipendente, non deve ricevere deleghe da nessuno, ma può essere revocata ugualmente dal Parlamento attraverso una mozione di censura e ciascuno dei commissari “può essere licenziato” dal Presidente della Commissione. È la Commissione che è incaricata della preparazione tecnica del diritto e che sottomette le sue proposte al Consiglio dei Ministri ed al Parlamento, presentati come due organi legislativi. Si presenta il Consiglio dei Ministri come una “camera alta” che sosterrebbe il ruolo del Senato dunque, ma è inaccettabile: anzitutto, i ministri non sono eletti, ma soprattutto, detengono nel loro paese il potere esecutivo, ovvero la forza che permetterà loro, tornando nel loro paese, di applicare le regole che hanno loro stessi elaborate. Sono dunque le stesse persone che creano il diritto a livello europeo e che l’applicano a livello nazionale (una volta trasferito): c’è dunque qui un’evidente confusione dei poteri.

Il Consiglio dei ministri è un organo chiaramente legato all’esecutivo a cui si è confidato un ruolo legislativo. Con la non separazione dei poteri, è un importante bastione contro l’arbitrio che viene a mancare. Inoltre, questa co-decisione sparisce quando il Parlamento è messo decisamente da parte su una serie di argomenti dove i Consigli, la Commissione ed la BCE creano il diritto da soli, (come guarda caso lo sono campi economici importanti), (Art. III-130-3: mercato interno ed Art. III-163 ed III-165: regole della concorrenza). E’ questo ad essere scioccante perché, su questi argomenti, non ci sono quasi più contro-poteri: la Commissione (che detiene spesso l’iniziativa) può essere considerata come una vera forza capace di interporsi in caso di deriva arbitraria dei Consigli (ai quali è così vicina)? Sembra dunque esserci un vero problema democratico in tutti i campi tolti al Parlamento: né separazione, né controllo. L’elenco di questi argomenti vietati non esiste da nessuna parte, e questa esclusione del Parlamento da certi campi non è formulata mai chiaramente.

Si vorrebbe sapere anche chi è realmente responsabile dei suoi atti in questa organizzazione europea, perché infine: Il parlamento non è responsabile davanti a nessuno, salvo le elezioni di cui si è detto già che non possono fungere da contro-potere, perché non c’è nessuna procedura di scioglimento. Il Consiglio europeo non è responsabile davanti a nessuno a livello europeo, (e bisogna rivolgersi alla lontana responsabilità nazionale per mettere in discussione, uno ad uno, i suoi membri). Il fatto che sia evidentemente difficile organizzare questa responsabilità, poiché si tratta di capi di stato, non basta a rassicurarci perché il risultato è ugualmente un’irresponsabilità a livello federale. Il Consiglio dei Ministri non è responsabile davanti a nessuno a livello europeo, (ed ancora una volta bisogna rivolgersi alla responsabilità nazionale per mettere in discussione i suoi membri, uno ad uno). Il fatto che anche qui sia evidentemente difficile organizzare questa responsabilità, dato che si tratta di ministri depositari di un’altra sovranità popolare rispetto a quella dell’Europa, non basta neanche qui a rassicurare perché il risultato è ugualmente un’irresponsabilità quando si prendono decisioni. La Corte europea di Giustizia (CJE), non eletta, i cui giudici dipendono direttamente dagli esecutivi che li nominano , è anche essa fuori controllo (parlamentare o dei cittadini), (è spesso questo il caso, ma con giudici veramente indipendenti), e senza ricorso, malgrado i poteri immensi di cui è dotata attraverso l’interpretazione di tutti i testi e l’arbitraggio di tutti i litigi. Democratiche, queste istituzioni? La Banca Centrale europea (BCE), non eletta, assolutamente indipendente dai poteri pubblici, è anche fuori da ogni controllo, dunque irresponsabile, malgrado l’influenza considerevole delle sue decisioni sulla vita quotidiana dei 450 milioni di europei.

Quinto principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica è necessariamente instaurata da un’assemblea indipendente dai poteri in vigore. Una Costituzione non è concessa al popolo dai potenti. È definita dal popolo stesso, o da rappresentanti scelti per questo preciso compito, esattamente per proteggersi dell’arbitrio dei potenti. Al contrario, le istituzioni europee sono state scritte, da oltre mezzo secolo, da politicanti al potere, che sono dunque evidentemente giudici e parti in causa: di destra come sinistra, fissando loro stessi i vincoli che li avrebbero condizionati tutti i giorni, questi responsabili sono stati condotti, è umano ma è anche prevedibile, ad una pericolosa parzialità.

Stabilendo una Costituzione per via di trattato, procedura molto meno costrittiva di una pesante assemblea costituente, (pubblica, con un lungo contraddittorio e convalidata direttamente dal popolo), i parlamenti e governi, di destra come sinistra, hanno fatto come facevano i proprietari della sovranità popolare, e questo trattato, come i precedenti, può essere analizzato come un abuso di potere: i nostri eletti, tutti i nostri eletti, non hanno ricevuto il mandato di abdicare alla nostra sovranità. Appartiene al popolo, direttamente, controllare che le condizioni di questo trasferimento, (a mio avviso augurabile per costruire una Europa forte e pacificata), siano accettabili.

L’unica via credibile per creare un testo fondamentale equilibrato e protettivo è un’Assemblea costituente, indipendente dai poteri in vigore, eletta per elaborare una Costituzione, e solo questo, revocata subito dopo, rispettando una procedura molto trasparente e in contraddittorio. Questo disprezzo dei popoli e delle loro scelte reali è molto rivelatore del pericolo che cresce nella più grande discrezione: le nostre élite, di destra come di sinistra, diffidano della democrazia e ce ne privano deliberatamente, progressivamente ed insidiosamente.

Per ottimismo, per credulità, per indifferenza, per ignoranza, i popoli moderni lasciano indebolire i loro beni più preziosi, molto rari su questo pianeta, quelli che condizionano la loro serenità quotidiana. Questo “trattato costituzionale” mette in luce ciò che si decide da molto senza la volontà dei popoli. Esaltando la libertà come un valore superiore, invece della fraternità, istituzionalizzando la competizione, la concorrenza, al posto della collaborazione e l’aiuto reciproco, imponendolo nel testo supremo attraverso il dogma della concorrenza assoluta, e finalmente una morale del “ciascuno per se e contro tutti”, distruggendo la regolamentazione da parte dello Stato, custode dell’interesse generale, per instaurare la regolamentazione per via del mercato, somma di interessi particolari, gli economisti neoliberali attaccano i fondamenti della democrazia per affrancare i principali decisori economici da ogni controllo. La deregolazione sistematica condotta in Europa, (dalle sue istituzioni, dalla sua politica e con il catenaccio di una Costituzione non rivedibile), e più generalmente sulla terra intera (OMC, AGCS, ADPIC) è un arretramento della civiltà, un ritorno verso la barbarie della legge del più forte.

Non voglio che questa gentaglia prezzolata decida della mia sorte. Quale mezzo resta a cittadine e cittadini per resistere a questa confisca della sovranità? C’è una soluzione più pacifica e nonviolenta: un no fermo e risoluto mediante uno sciopero generale ad oltranza. Non abbiamo che da perdere le catene.

Post scriptum

L’Unione Europea è un progetto che nacque per fini di integrazione economica nel 1951, quando il Trattato di Parigi, sottoscritto da Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, istituì la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Nel 1957 gli stessi sei Stati, con il Trattato di Roma, istituirono la CEE, Comunità Economica Europea.

Col tempo l’integrazione si fece sempre più stretta, allargandosi alla sfera politica. Fu così che il 7 febbraio 1992 gli Stati facenti parte della CEE (nel frattempo erano entrati Danimarca, Grecia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna) firmarono il Trattato di Maastricht che, a decorrere dal 1993, istituiva l’Unione Europea. Il primo gennaio 1999 entrò in vigore l’Euro.

L’11 dicembre 2000 il Consiglio europeo approvò il Trattato di Nizza e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Al vertice di Laeken del 14 e 15 dicembre 2001 nacque la Convenzione europea, un organismo incaricato di redigere una bozza di costituzione. La Convenzione terminò i suoi lavori nel luglio 2003.

La Costituzione europea fu firmata dagli Stati membri dell’Unione il 29 ottobre 2004, con la sottoscrizione del Trattato di Roma. La sua entrata in vigore era subordinata alla ratifica parlamentare o elettorale da parte di tutti gli Stati membri, ma la bocciatura subìta nei referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi l’anno successivo bloccarono il processo di approvazione. Il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, ha semplificato il testo della Costituzione che, dopo alterne fortune nell’iter di approvazione da parte dei diversi paesi europei, è definitivamente entrato in vigore l’1 dicembre 2009.

Attualmente gli Stati che fanno parte dell’Unione Europea sono 27: nel corso degli anni si sono ulteriormente aggiunti Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Ungheria.

riferimenti:
http://europa.eu/scadplus/constitution/index_it.htm

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;ELX_SESSIONID=3jVWTqzf248YKQNQFTZlLBYBDTS04cGxxGJR1hrymxQlQKRmvdvX!-905312744?uri=OJ:C:2004:310:TOC

http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Europea/Domande_trattato_Lisbona.htm

http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/europa/notizia_20082.html_1254910883.html

http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2005;57

http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2005;57

http://ue.eu.int/igcpdf/it/04/cg00/cg00087.it04.pdf

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:C:2004:310:FULL&from=IT

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=eurogendfor

Gianni Lannes, IL GRANDE FRATELLO. STRATEGIE DEL DOMINIO, Draco edizioni, Modena, 2012.

Ripreso da: SU LA TESTA! di Gianni Lannes

#TISA, il trattato capestro segreto svelato da #Wikileaks

NEI GIORNI SCORSI, MENTRE GLI ITALIANI ERANO DISTRATTI DALLE PARTITE DELLA NAZIONALE, WIKILEAKS HA DIVULGATO LE PROVE CIRCA UN TRATTATO SEGRETO, RIGUARDANTE BEN 50 NAZIONI, CHE HA SANCITO LA LIBERALIZZAZIONE SELVAGGIA DELLA FINANZA!

NONOSTANTE L’IMPORTANZA DEL DOCUMENTO – CHE MIRA A IMPEDIRE AI GOVERNI DI OSTACOLARE GLI INTERESSI DELLE GRANDI LOBBY – LE TV CRIMINALI HANNO TACIUTO: NE HANNO PARLATO ALCUNI GIORNALI, I QUALI PERO’ IN MOLTI CASI NON HANNO CONFERITO AL DOCUMENTO L’IMPORTANZA CHE AVREBBERO DOVUTO DARGLI. 

SI PARLA DELLA VOLONTA’ DI PRIVATIZZARE TUTTO: DALLA SCUOLA ALLA SANITA’ PUBBLICA, E MAGARI LE CARCERI (che in USA sono già state privatizzate in molti casi…)

POTETE LEGGERE DIRETTAMENTE SUL SITO DI WIKILEAKS (in inglese) A QUESTO INDIRIZZO: http://wikileaks.org/tisa-financial

Redazione Informatitalia

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C’è la prova: il Tisa farà sparire scuola e sanità pubblica
Scuola, sanità, trasporto e acqua pubblica, nei prossimi anni, spariranno completamente. Non si tratta di una teoria complottistica, né di retorica antiliberista, né tanto meno dell’ennesima bufala del web. Purtroppo potrebbe essere tutto vero perché questo è l’obiettivo dei cosiddetti governi occidentali. La parola chiave è Tisa: ne abbiamo parlato in un precedente articolo. Tisa sta per “Trade in services agreement”, ovvero accordo di scambio sui servizi”. La sigla apparentemente è innocua, ma nasconde una prospettiva drammatica, anche perché dentro c’è pure l’Italia. A svelare alcuni dei contenuti di Tisa è stato Wikileakes, ripreso da diversi giornali, tra cui L’Espresso. Il Tisa riguarda i paesi che hanno i mercati del settore servizi più grandi del mondo: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, tutti i 28 paesi dell’Unione Europea, più Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Gli interessi in gioco enormi: parliamo di migliaia di miliardi di euro. Come riporta L’Espresso (che parla esplicitamente di “accordo segreto per il liberismo selvaggio“), il contenuto del file diffuso da Wikileaks è inquietante. Si legge infatti: “Questo documento deve essere protetto dalla rivelazione non autorizzata, ma può essere inviato per posta, trasmesso per email non secretata o per fax, discusso su linee telefoniche non sicure e archiviato su computer non riservati. Deve essere conservato in un edificio, stanza o contenitore chiusi o protetti”. Il documento potrà essere pubblico solamente “dopo cinque anni dall’entrata in vigore del Tisa e, se non entrerà in vigore, cinque anni dopo la chiusura delle trattative”. L’articolo de L’Espresso spiega come l’obiettivo del Tisa è la liberalizzazione selvaggia dei servizi, la completa sparizione della privacy. I dati sensibili delle persone, più di quanto lo sono adesso, diventeranno praticamente merce. Sanità, scuola e trasporto pubblico, già massacrati negli ultimi anni, rischiano di sparire completamente. Tutto, in base al Tisa, potrebbe essere gestito dalle lobby. I governi mondiali stanno agendo senza informare l’opinione pubblica. D’altronde, se non fosse per la rete di Assange, non sapremmo praticamente nulla di questo accordo. Un trattato che potrebbe completamente spazzare via ciò che resta della democrazia. 

Fonte: http://www.controcopertina.com/prova-tisa-sparire-scuola-pubblica/

Wikileaks: “Ecco il trattato segreto per la liberalizzazione selvaggia della finanza”

 L’organizzazione di Assange pubblica la bozza del trattato TISA, un accordo “riservato” tra 50 paesi che potrebbe cancellare il potere d’intervento dei governi e lasciare mano libera alle corporation. Anche su previdenza, evasione e finanza tossica

 

 

Un accordo segreto a livello internazionale che punta a smantellare il ruolo dei governi nella finanza e aprire la strada a politiche ultra-liberiste. È questo il contenuto delle nuove rivelazioni di Wikileaks, l’organizzazione creata da Julian Assange già responsabile nel 2010 del “leak” riguardante i documenti riservati dell’esercito Usa sulle guerre in Iraq e Afghanistan. Il testo (parziale e provvisorio) dell’accordo è stato pubblicato giovedì sul sito dell’organizzazione di Assange e da alcuni giornali con cui collabora (in Italia l’Espresso). La trattativa per il TISA, sigla che identifica il Trade in Services Agreement (Accordo di Commercio dei Servizi) coinvolgerebbe50 Paesi: Australia, Canada, Cile, Taiwan, Colombia, Costa Rica, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Peru, Sud Korea, Svizzera, Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. Tagliati fuori, invece, i cosiddetti BRICS: Brasile, Russia, India e Cina.
Secondo Jane Kelsey, professoressa della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Auckland e autrice di un memorandum che Wikileaks pubblica a corredo della bozza, il TISA sarebbe in grado di determinare le politiche economiche dei maggiori Paesi a capitalismo avanzato evitando qualsiasi discussione in merito nei parlamenti degli Stati interessati. Già, perché le trattative a cui fa riferimento la bozza vengono definite “riservate” e lo stesso trattato è indicato come “classificato”. Di più: secondo quanto riportato in calce al documento, il TISA dovrebbe rimanere segreto per 5 anni anche dopo il raggiungimento dell’accordo tra i Paesi aderenti.
Il trattato ha contenuti simili al GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio) e al GATS (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi), finiti al centro delle proteste a Seattle nel 1999 e al G8 di Genova del 2001. A differenza di questi, però, il TISA non è stato discusso in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che prevede la pubblicità degli atti e una discussione più “trasparente”. Qualcosa di simile a quello che dovrebbe accadere per il futuroTrattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), in agenda di Stati Uniti ed Europa nei prossimi mesi. Rispetto a questo, il TISA si muove su una sorta di “binario parallelo” (e segreto) che ne estende l’applicazione a un maggior numero di Paesi.
Il contenuto del testo pubblicato da Wikileaks riporta le proposte dei partecipanti alla trattativa, principalmente USA e UE, su tutti i punti che dovrebbero i temi oggetto del trattato. Nonostante divergano per qualche sfumatura, l’obiettivo dell’accordo è chiaro: eliminare tutte le leggi nazionali che sono considerate come “ostacoli” al commercio dei servizi in ambito finanziario. Un copione che ricalca i trattati approvati nel 2000 e che, secondo molti economisti e governi, hanno rappresentato la causa principale della recente crisi finanziaria globale.
L’analisi di Jane Kelsey mette in luce, in particolare, la volontà dei proponenti di eliminare alcune delle norme che sono state introdotte (o suggerite) in seguito alla crisi del 2008. Per esempio i limiti alle dimensioni degli istituti finanziari, imposti in alcuni Paesi per evitare il ripetersi di operazioni di salvataggio obbligate nei confronti di quei soggetti “troppo grandi per fallire”. Le proposte presentate nella bozza si occupano però anche di altre questioni, come la privatizzazione della previdenza e delle assicurazioni, l’eliminazione degli obblighi di divulgazione delle operazioni offshore nei paradisi fiscali, il divieto di imporre un sistema di autorizzazione per nuovi strumenti finanziari (come i derivati) o di regolamentare l’attività dei consulenti finanziari.
Gli accordi di questo tipo utilizzano un sistema sanzionatorio che segue canali “paralleli” alla giustizia ordinaria. Se un’azienda ritiene che lo Stato estero in cui opera vìola in qualche modo il trattato, può fare ricorso a un tribunale speciale che agisce come organo arbitrale, nel quale non sono previste udienze pubbliche. Lo Stato condannato a questo punto ha due scelte: cancellare la legge in questione o risarcire l’azienda. Un sistema che già in passato ha giocato brutti scherzi alle amministrazioni di diversi Paesi. Nel 2011, per esempio, l’Australia si è vista chiedere un risarcimento miliardario da parte di Philip Morris. Il motivo? Il governo australiano aveva obbligato i produttori di tabacco a vendere le sigarette in pacchetti senza logo per ridurne il consumo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Ripreso da: Informati, Italia

Si chiama “Jobs act”, ma si traduce “precarietà”

Il governo delle larghe intese in versione televendita ha confezionato la sua offerta, anzi il baratto. Lo smantellamento totale e definitivo del contratto a tempo indeterminato per ottanta euro al mese in più in busta paga. Il predicatore americano con le sue belle slide ha chiarito che per la crescita bisogna rinunciare ai diritti, per la carità alle tutele. Tutto di guadagnato per loro, i padroni, niente di nuovo per noi, se non un’ulteriore passaggio verso una flessibilità sempre più selvaggia del mercato del lavoro. Il Jobs act di Renzi, il new deal del mercato del lavoro, si traduce nell’ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori iniziato con il Pacchetto Treu del 1997 proprio da quello stesso partito che oggi, seppur più “moderno e giovanile”, sta completando il progetto originario: istituzionalizzare la precarietà in nome della crescita, è l’Europa che ce lo chiede, c’era scritto su una slide.

Immediatamente è emerso che Confindustria sia stata la più colpita, a causa della mancanza di ulteriori sgravi fiscali, ma in realtà sulla regolamentazione del “mercato del lavoro” il grande regalo alle imprese e alle cooperative del Ministro Poletti rimane l’unica certezza. Il resto tutto fumo e promesse surreali. Tremonti con la sua finanza creativa in confronto era un dilettante.
Il jobs act si traduce nell’allungamento del contratto a tempo determinato fino a 36 mesi, durante i quali si può essere licenziati in ogni momento (senza la possibilità di ricorrere al giudice salvo per mobbing), e nella “semplificazione” del contratto di apprendistato. L’aumento in busta paga, il rafforzamento dei servizi per il lavoro, il cosiddetto sussidio universale (il Naspi), il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti ed i finanziamenti della Youth Guarantee (i fondi europei per combattere la disoccupazione giovanile), i soldi per le scuole e per il dissesto idrogeologico sono invece tutti rimandati alle commissioni parlamentari per l’approvazione della Delega al Governo. Conoscendo i tempi e gli equilibri della maggioranza in Parlamento significa rimandare l’approvazione delle misure a “tempo indeterminato”, potremmo dire bene in questo caso.
Rispetto alle proposte e dichiarazioni del ministro Poletti, la Fornero sembra una socialdemocratica d’altri tempi! Con il contratto a tempo determinato senza causale fino a 36 mesi (con la Fornero era fermo a 12 e prevedeva una cospicua interruzione tra un rapporto ed un altro) si permette l’assunzione senza una motivazione specifica nell’oggetto del contratto, quindi senza un reale motivo che giustifichi il termine temporale. Il contratto a tempo indeterminato come contratto “prevalente” (diceva la Fornero) va definitivamente in soffitta insieme allo spirito originario delle cooperative rosse, da tempo ricoperte di polvere, da ottimi profitti e dalla repressione nei confronti di chi osa ribellarsi ed organizzarsi per non cedere ai ricatti e allo sfruttamento.
Secondo Poletti la causale che giustificava l’assunzione a termine era un intoppo, un blocco burocratico, un motivo di contenzioso, non un diritto, una garanzia, una tutela. Se prima il termine temporale era un’eccezione dovuta ad esigenze produttive temporanee, oggi diventa la regola. A questa si aggiunge la completa liberalizzazione della proroga dei contratti a termine (che può essere reiterata più volte) all’interno del limite dei tre anni. Ciò significa che si possono stipulare innumerevoli rapporti di lavoro tra le stesse parti senza attendere neanche un giorno da un contratto ad un altro e senza indicarne il motivo. Con la scusa di favorire un unico rapporto rispetto alla giungla prodotta dalla legge Biagi, si individua un “contratto gabbia” che concede mano libera alle imprese e zero tutele ai lavoratori. “Doveva arrivare la svolta del contratto unico a tempo indeterminato – dice Michele Tiraboschi, giuslavorista della Fondazione Marco Biagi, non certo un comunista! – e invece il governo ha approvato il suo esatto contrario con una sostanziale liberalizzazione del contratto di lavoro a termine che oggi copre il 60% degli avviamenti al lavoro. Nel breve periodo la misura è senza dubbio utile per riattivare il mercato del lavoro – ed ecco il comunista! – anche se si pone in piena contraddizione, nel medio e nel lungo periodo, con la filosofia più volte annunciata dal jobs act di sostegno al lavoro di qualità e alla lotta la precariato”.
Altro regalo a Confindustria è la cosiddetta “semplificazione” dell’apprendistato. Si parte dalla diminuzione della retribuzione; non serve poi più il progetto formativo in forma scritta, scompare sia l’obbligo di assumere almeno il 30% degli apprendisti in organico, sia quello di integrare la formazione elargita dall’azienda con quella proposta dalle Regioni. Traduzione: rimangono gli sgravi fiscali e contributivi per chi assume e si esaurisce di fatto la formazione per l’apprendista. Un altro contratto che serve ad ingrossare la precarietà, ma che all’unisono i sindacati confederali, a partire dalla Camusso della Cgil, hanno fatto a gara immediatamente nel riconoscere un salto di qualità nell’intervento di Renzi, che finalmente “mette un po’ di soldi nelle tasche degli italiani”. Salvo accorgersi dopo qualche giorno che le risorse per il contentino degli 80 euro mensili in busta paga potrebbero derivare da un prelievo sulle pensioni e dall’ennesima revisione della spesa pubblica, con un’ulteriore mannaia verso i servizi pubblici, ciò che rimane dello Stato sociale ed un “piano di equiparazione” salariale e contrattuale tra il lavoro pubblico e quello privato, tutto al ribasso.
Se da un lato lo show sembra aver attecchito nei media nazional-popolari, dall’altro ci pensano i fautori e i garanti delle politiche economiche liberiste a riportare con i piedi per terra il Presidente del Consiglio: dal presidente della BCE Draghi al Fondo Monetario Internazionale, passando per il Sole 24 ore di Confindustria, dietro i facili trionfalismi al centro di tutto rimane la crisi sociale ed economica dell’Italia. I conti continuano a non tornare, poiché dalla questione di fondo non si scappa, ossia il problema strutturale del debito pubblico. Infatti nonostante il ridursi del costo per interessi di questi ultimi mesi, il debito pubblico in termini assoluti e in proporzione al Pil continua ad aumentare. Le ricette della Commissione europea rimangono sempre le stesse: riforme del mercato del lavoro, dello Stato sociale e così via. Ed ecco che un giorno Renzi deve fare proclami, presenziare “Porta a porta” e il giorno dopo deve rispondere ai dettami e vincoli di bilancio, al fiscal compact, alle dure leggi che l’economia di mercato impone col supporto della Troika.
L’unica rigidità che rimane indissolubile è che il prezzo da pagare per il risanamento dei conti dello Stato devono pagarlo le classi popolari. Renzi, a differenza dei suoi predecessori, ha ben compreso che la logica dei due tempi (prima il risanamento e poi lo sviluppo) non rende in termini di consenso. Per questo spariglia le carte, preferisce lanciare “riforme” che rimandano allo sviluppo, atte a modificare l’immaginario collettivo, quando poi la realtà rimane intatta insieme alle sue ricette ed effetti sociali, plasticamente rappresentati dalla notizia degli 8.500 esuberi previsti da Unicredit, di cui 5.700 in Italia a causa di un bilancio in rosso di 14 miliardi di euro, a fronte di 2 miliardi di profitti previsti per l’esercizio 2013.
Mentre qualcuno continua ad avere dubbi sulla possibilità che le “annunciazioni” e la flessibilità selvaggia targata Renzi possa essere minimamente di sinistra, le nostre idee e pratiche continuano ad essere legate ad una domanda imprescindibile: come rivoltare questa idea di forza-lavoro “usa e getta” dipendente dall’andamento del mercato globalizzato? Le risposte sono tutte da ricercare all’interno dei conflitti sociali, nei meandri di una classe da ricostruire all’interno delle lotte in grado di mettere in discussione i “diritti del capitale”, contribuire alla costruzione di movimenti sociali e politici per ricominciare a praticare l’esproprio, per riappropriarci di ciò che ci appartiene, strappare un salario minimo, così come un reddito sociale, che non solo ripristini il diritto al lavoro bensì il diritto a scegliersi il lavoro.

Fonte: NoCensura.com

TOP SECRET: ARMI NUCLEARI IN EUROPA TARGATE UNITED STATES OF AMERICA

di Gianni Lannes

Stranamore è sbarcato in Europa nel 1943 e da allora occupa il vecchio continente anche se la guerra fredda è terminata dal 1989, dopo la caduta del muro di Berlino. In barba al Trattato di non proliferazione nucleare (1 luglio 1968), entrato in vigore il 5 marzo 1970. I popoli europei sono minacciati da questa pericolosa presenza illegale, che nessun parlamentare europeo ha mai denunciato.

una delle 480 bombe nucleari B 61 in Europa

Atomiche a volontà, soprattutto in Italia, grazie ad accordi segreti, mai ratificati dal Parlamento, in palese violazione della Costituzione repubblicana e del Trattato sull’Unione europea. Gli ordigni nucleari – bombe, missili, granate, mine – sono disseminati da nord a sud, isole comprese: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto, Toscana e Sicilia.

Per la cronaca da consegnare alla storia contemporanea: ecco la Decisione 2010/212/Pesc dell’Unione europea. Un solo commento: menzogne e ipocrisia:

http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?mode=dbl&lang=en&ihmlang=en&lng1=en,it&lng2=bg,cs,da,de,el,en,es,et,fi,fr,hu,it,lt,lv,mt,nl,pl,pt,ro,sk,sl,sv,&val=398702:cs

Fonte: Su La Testa! di Gianni Lannes

CLAMOROSO / LA COMMISSIONE EUROPEA SCHIANTA RENZI & PADOAN: ”VIETATO USARE FONDI UE PER TAGLIO CUNEO FISCALE”(E ADESSO?)

Bruxelles – Altolà della Commissione europea all’ipotesi di utilizzare i fondi strutturali dell’Ue per anticipare il taglio del cuneo fiscale per le imprese, prima che siano pienamente disponibili le nuove risorse liberata dalla “spending review”. Rispondendo a questa ipotesi ventilata ieri, in un’intervista al Sole 24 Ore, dal neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, la portavoce del commissario Ue alle Politiche regionali, Johannes Hahn, ha puntualizzato che “le risorse della politica di coesione devono essere utilizzate per finanziare nuovi progetti che hanno vocazione a contribuire allo sviluppo. Non possono pertanto – ha sottolineato la portavoce in una nota – essere usate per coprire riduzione di imposte, come quella di un potenziale taglio del cuneo fiscale, cioè la differenza fra le imposte sul lavoro e il costo del lavoro, come suggerito da alcuni”. “All’Italia, come a qualsiasi altro Stato membro dell’Unione – ha proseguito la portavoce, Shirin Wheeler – stiamo quindi dicendo che le regole dei Fondi Ue permettono di finanziare con risorse nazionali, prima che i programmi del periodo 2014-2020 siano adottati dalla Commissione, progetti concreti per offrire, ad esempio, aiuti per le start up o per l’espansione produttiva e occupazionale dell’industria manifatturiera, oppure operazioni per ridurre la dispersione scolastica. Progetti che mirano a questi obiettivi sono considerati una priorità della politica dell’Ue”, ha continuato la portavoce. Ma, ha aggiunto, “Questi progetti dovranno in ogni caso essere sottoposti a una verifica a posteriori di coerenza con le regole dei Fondi con criteri di selezione e con la strategia dei programmi. Solo quando sarà trovato un accordo sulla strategia e sui programmi, la Commissione potrà rimborsare quei progetti con risorse comunitarie”, ha concluso Wheeler. In sostanza, si può anticipare con fondi nazionali il finanziamento di progetti che rientrano negli accordi con la Commissione, anche prima che siano definitivamente approvati, per poi rimborsare le risorse anticipate quando arriveranno i co-finanziamenti comunitari a seguito dell’adozione dei programmi. Ma è chiaro che i Fondi Ue non potranno in nessun caso finanziare, neanche come anticipo da rimborsare successivamente, operazioni come la riduzione del cuneo fiscale. In realtà, i tempi per la definizione dei progetti sono ormai molto stretti: l’Italia ha già inviato nel novembre scorso una bozza dell’Accordo di partenariato per l’impiego dei Fondi Ue, al quale la Commissione risponderà con le sue osservazioni la prossima settimana. La proposta definitiva di accordo dovrà pervenire a Bruxelles entro il 22 aprile, e tre mesi dopo dovranno essere sottoposti all’Esecutivo Ue tutti i programmi operativi regionali. Quanto ai fondi non utilizzati nel precedente periodo di programmazione 2007-2013, la Commissione ha avvertito che “non ci sono più margini di manovra” per nuove modifiche, dopo che sono già state approvate due successive riprogrammazioni, una con il ministro Fabrizio Barca (governo Monti) e l’altra, recentemente, con il ministro Carlo Trigilia (governo Letta). “Si tratta di denaro che è già stato impegnato in programmi e contratti”, hanno affermato fonti della Commissione. (ANSA) Fonte: Vox Veritas

Yatsenyuk, l’Uomo di Washington, Porterà l’Ucraina alla Rovina

Su Forbes, Kenneth Rapoza delinea la figura del nuovo primo ministro ucraino Yatsenyuk, voluto da Washington: il Mario Monti dell’Ucraina, un tecnocrate favorevole all’austerità, che come ormai è tristemente dimostrato porterà il paese sulla strada della rovina.

Il ministro ucraino ad interim, Arseniy “Yats” Yatsenyuk, potrebbe essere fatale per questa nazione disastrata.“Ricorderete la telefonata, trapelata e divenuta pubblica, tra l’ambasciatore ucraino e Victoria Nuland (Assistente Segretaria di Stato per gli affari europei), nella quale lei in pratica ha detto ‘vogliamo Yats al governo.’ A loro piace perché è pro-occidentale”, dice Vladimir Signorelli, presidente della società di ricerca in investimenti Bretton Woods Research LLC del New Jersey. “Yatsenyuk è quel tipo di tecnocrate di cui c’è bisogno se si vuole l’austerità, con una patina di professionalità”, ha detto Signorelli. “E’ il tipo di uomo che può andare a genio all’élite europea. Uno alla Mario Monti: non eletto e voglioso di obbedire agli ordini del FMI” ha dichiarato.

Mario Monti era un tecnocrate italiano centrista che ha fatto approvare un pacchetto di austerità comprendente aumenti delle tasse, riforma delle pensioni e misure per combattere l’evasione fiscale.

Per diverse settimane, l’Ucraina ha combattuto una battaglia politica interna tra ucraini filo-russi e filo-europei. Il conflitto è salito di livello in autunno quando il presidente ucraino Yanukovych ha deciso di optare per un accordo commerciale con Mosca anziché Bruxelles. La scorsa settimana, Yanukovych ha lasciato Kiev e si è diretto in una località imprecisata, si ritiene forse all’interno di una base navale russa.

Dopo che Yanukovych e l’opposizione politica avevano raggiunto un accordo per una transizione ordinata verso nuove elezioni, l’opposizione ha voltato velocemente le spalle all’accordo e si è impadronita di posizioni strategiche intorno a Kiev. Molti nella stampa occidentale dicono che il paese potrebbe dividersi.

Nonostante questi segnali inquietanti, l’ambasciatore ucraino Geoffrey Pyatt ha salutato la crisi come una “giornata storica”. La maggior parte dei media mainstream ha decisamente appoggiato la fazione anti- Yanukovych.

Il nuovo parlamento ucraino, di 450 seggi, giovedì scorso ha approvato la nomina dell’ex banchiere centrale Yatsenyuk con 371 voti favorevoli. Stranamente, all’inizio del mese scorso, il filo-occidentale Yats era una figura secondaria dell’opposizione, dietro a leader come l’ex pugile Viltali Klitschko e il capo del partito nazionalista Svoboda, Oleh Tyahnybok. Ma Yats ha gli amici giusti nei quartieri alti e anche se non ha un grande consenso elettorale, e non avrebbe alcuna possibilità di vincere un’elezione, egli è favorevole all’austerità suggerita dal FMI ed evidentemente lo è anche la maggioranza del parlamento.

“Yatsenyuk ha sostenuto che anche noi dovremo fare quello che hanno fatto i Greci in casa propria” ha detto Signorelli. “Vuole seguire il modello economico Greco. Ma chi diavolo vuol seguire un modello simile?”

Anche oggi, Yatsenyuk ha promesso di implementare “misure molto impopolari” per stabilizzare le finanze del paese. Il governo ha detto che ha bisogno di 35 miliardi di dollari per sostenere il paese nei prossimi 2 anni. Le sue parole, in un servizio di Bloomberg di oggi, suggeriscono che egli è incline a implementare una campagna di austerità potenzialmente destabilizzante:

“Le casse del Tesoro sono vuote. Faremo di tutto per non fallire. Se otteniamo il sostegno finanziario dal FMI e dagli USA, ce la faremo. Mi accingo a diventare il primo ministro più impopolare nella storia del mio paese”, ha dichiarato. “Ma questa è l’unica soluzione. Non prometterò risultati eclatanti. La cosa più importante e urgente è stabilizzare la situazione.”

Ha detto anche: “vogliamo che la Russia abbia relazione eque e trasparenti con l’Ucraina. Vogliamo essere partner della Russia… crediamo fermamente che non interverrà militarmente in Ucraina.”

Sotto la crisi politica divide et impera che monta in Ucraina, ci sono i suoi problemi economici. La valuta ucraina, la hryvnia, è scesa del 16% da inizio anno rispetto al dollaro, un calo record.

Non è chiaro quali saranno le misure che Yatsenyuk porterà avanti, ma la strada è quella dell’austerità. Che comprende una combinazione di aumento della pressione fiscale, rialzo dei tassi di interesse e ulteriore deprezzamento della valuta.

Yanukovych aveva resistito alla richiesta del FMI di aumentare le tasse e svalutare la moneta.

Yatsenyuk non esiterà. Per gli economisti che pensano che l’austerità sia un disastro, l’Ucraina è sulla strada della rovina.

“E’ un film già visto negli anni ‘90, quello che il FMI ha fatto in Russia con Yeltsin. Lo faranno all’Ucraina,” ha detto Signorelli. “Ricordate Slobodan Milošević in Yugoslavia? Dopo che il FMI ha finito con la Yugoslavia, era solo questione di tempo prima che i movimenti separatisti prendessero piede,” ha detto. “Penso che le cose in Ucraina possano prendere una piega molto, molto brutta.”

IL (BLOW) JOBS ACT NON RISOLVERA’ UN BEL NULLA

Trovo veramente disdicevole l’ipocrisia del presidente Napolitano che giudica “intollerabile” il livello di disoccupazione raggiunto nel nostro Paese, dal momento che, come tutti hanno capito, la disoccupazione è esplosa proprio in conseguenza delle politiche di austerità imposte da Monti e Letta su chiaro mandato dello stesso Napolitano. Trovo altrettanto nauseante l’enfasi con la quale il neopremier Matteo Renzi pone l’accento sull’indispensabilità di approvare in tempi rapidi il cosiddetto (blow) Jobs Act, ennesima truffa destinata in prospettiva ad aggravare ulteriormente il fenomeno disoccupazione. Del progetto di riforma in questione si è capito poco, e quel poco che si è capito fa letteralmente venire la nausea. Ebbene, al netto delle sottigliezze buone per confondere le acque, è bene ricordare che esistono fondamentalmente due distinte filosofie che sovraintendono il modo di approcciarsi al tema “occupazione”. La prima, che definiremmo di impostazione neoclassica, insegna che il mercato è capace da solo di trovare il suo punto di equilibrio, quindi, in presenza di elevata disoccupazione, l’unica cosa saggia da fare consiste nel ridurre salari e diritti. Il lavoro, considerato una merce al pari di tutte le altre, deve anch’esso sottostare alla dura legge della domanda e dell’offerta. La seconda, di matrice keynesiana, spiega al contrario come il livello di disoccupazione generale dipenda da un deficit di domanda effettiva. Perciò, nella misura in cui il privato non riesca da solo ad assorbire tutta la forza lavoro disponibile, spetterà ai pubblici poteri garantire quel surplus di spesa a debito necessario per raggiungere un equilibrio di piena e dignitosa occupazione. La prima delle due tesi, ovvero quella classica, ha monopolizzato il dibattito economico, accademico e politico dalla rivoluzione industriale fino all’avvento di Keynes. Per comprendere quale tipo di società produca in concreto il trionfo di una simile impostazione concettuale, consiglio a tutti la lettura de I Miserabili di Victor Hugo. In seguito alla terribile crisi del 1929, proprio con l’obiettivo di limitare gli effetti distorsivi tipici di un mercato lasciato a briglie sciolte, cominciano finalmente a farsi strada ipotesi alternative. Il keynesismo, che trova la sua più fedele e nobile applicazione nel New Deal rooseveltiano, permea il mondo occidentale dal dopoguerra fino agli anni ’80, consentendo alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni di vivere all’interno di società opulente, dinamiche, inclusive, nonché guidate da un anelito di uguaglianza e di giustizia sociale. I vecchi negrieri ottocenteschi, quelli che trovavano normale che i bambini lavorassero in fabbrica con turni massacranti e paghe da fame, hanno ora riconquistato la guida dei processi globali. Il Jobs Act di Renzi, influenzato dal neoliberista Ichino, rappresenta l’ennesimo frutto avvelenato prodotto dall’albero maligno. Intriso di quella teologia neoliberale già sperimentata dai vari Treu, Biagi e Fornero, la nuova proposta di riforma si pone su un piano di assoluta continuità con il recente e fallimentare passato. Se il lavoro manca, questo il succo del ragionamento, è colpa della burocrazia e delle troppe regole che rendono complicato o sconveniente assumere. Da qui l’ossessione per l’art. 18 e per la compressione salariale funzionale al finto mito della “competitività”. Questa lettura delle cose, interiorizzata anche dal buffone fiorentino di stanza a Palazzo Chigi, è assolutamente falsa. Il lavoro manca perché non c’è domanda. I consumi crollano, le imprese non vendono e, non vendendo, conseguentemente licenziano anziché assumere. La soluzione giusta per rimettere in piedi l’economia italiana sarebbe quella di predisporre il New Deal del nuovo millennio. Un mastodontico piano volto alla realizzazione di infrastrutture, materiali e immateriali, finanziato in deficit dallo Stato alla faccia di Merkel, Draghi, Olli Rehn, Barroso, Van Rompuy e compagnia cantante. Ma Renzi, già entrato nella sfera di influenza dei soliti Venerabili reazionari, non farà nulla di tutto questo. Reciterà viceversa con zelo il compitino che altri hanno scritto per lui, completando nei fatti il tragitto avviato dai suoi predecessori Monti e Letta. Tanto, per piangere lacrime di coccodrillo c’è sempre tempo. Perfino Schulz e Napolitano, protagonisti consapevoli della devastazione europea, denunciano infatti a parole le politiche ammazza-popoli da essi stessi preparate, avallate e imposte. In tanti, evidentemente, pur di non perdere il potere preferiscono smarrire la decenza.

Francesco Maria Toscano

Fonte: Vox Veritas