EUROPA: VERSO LA DITTATURA

di Gianni Lannes

Il vecchio continente percorre una via senza ritorno. A parte Eurogendfor, il “trattato costituzionale” è un pericolo per tutti che mette a nudo un cancro nascosto nell’Unione europea. Per chi è stato realmente scritto e a chi fa comodo questo testo che massacra il diritto alla libertà dei popoli? Parliamo di qualcosa che pochissimi conoscono realmente, e non si potrà più cambiare.

Milioni di europei sono favorevoli al “progresso” e alla pace, ma non hanno letto questo abominio dalle conseguenze inquietanti. Esistono motivate ragioni per opporsi a questa imposizione calata dall’Atlantico. Non spetta al potere in vigore scrivere il diritto del diritto. La cosiddetta “unione europea non è un insieme di popoli, ma una sommatoria di interessi affaristici e di dominio del genere umano.

Eppure ecco l’elenco dei Paesi che non hanno sottomesso il trattato al loro popolo: Lituania, 11 dicembre 2004, Ungheria, 20 dicembre 2004, Italia, 25 gennaio 2005, Slovenia, 1 febbraio 2005, Germania, 12 maggio 2005, Slovacchia (maggio 2005), Cipro (maggio 2005), Austria (primavera 2005), Belgio (primavera 2005), Grecia (primavera 2005), Malta (luglio 2005), Svezia, dicembre 2005 e tuttavia il 58% degli svedese richiedono un referendum, Estonia (2005), Finlandia (fine 2005), Lettonia (?). I governi che hanno fatto ratificare questo testo dal loro Parlamento nazionale, piuttosto che dal loro popolo (referendum), hanno firmato un’autentica omissione di atti di ufficio, mentre in Italia hanno attentato alla Costituzione repubblicana: i popoli di questi paesi sono privati così al tempo stesso del dibattito e dell’espressione diretta che avrebbe permesso loro di resistere all’arretramento democratico che li espone all’arbitrio.

Di seguito le nazioni che hanno optato per il referendum: Spagna, 20 febbraio 2005, Paesi Bassi, 1 giugno 2005, Francia, 29 maggio 2005, Lussemburgo, 10 luglio 2005, Danimarca, 27 settembre 2005, Portogallo (ottobre 2005), Polonia (fine 2005), Regno Unito (primavera 2006), Repubblica ceca (giugno 2006), Irlanda (2006).

Tre referendum sono consultivi solamente (Spagna, Paesi Bassi e Lussemburgo), e, infine, solo sei popoli sono veramente consultati in questo progetto. I popoli di Francia e Olanda hanno detto no. Che democrazia impeccabile (sic!): sei Paesi realmente consultati su venticinque.

Nel Belpaese la legge di ratifica 7 aprile 2005, numero 57, è stata promulgata, non a caso da Carlo Azeglio Ciampi, e sottoscritta da Berlusconi, Fini e Castelli, grazie al beneplacito della finta opposizione di centrosinistra.

In primo luogo una Costituzione deve essere leggibile per permettere un voto popolare. Una Costituzione non impone questa o quella politica: quel testo è fazioso. Una Costituzione è rivedibile: quel testo è blindato dalla necessità di una doppia unanimità. Una Costituzione protegge dalla tirannide con la separazione dei poteri e il controllo dei poteri: quel testo non istituisce nessun vero controllo dei poteri né una reale separazione dei poteri. Una Costituzione non è concessa dai potenti, è stabilita dallo stesso popolo, al fine di proteggersi dall’arbitrio dei potenti, attraverso un’Assemblea costituente, indipendente, eletta per questo motivo e poi revocata: quel testo incorpora istituzioni europee che sono state scritte da cinquant’ anni dai politicanti al potere, al tempo stesso giudici e parti in causa.

Trattato o Costituzione? Qual è la corretta definizione di questo folle progetto? Questo testo gioca il ruolo di una costituzione e l’ossimoro “Trattato costituzionale”, accostamento di parole contraddittorie, conduce, giocando sulle parole, a creare una norma suprema troppo rigida, troppo difficile da rivedere. Il progetto di Trattato che stabilisce una Costituzione per l’Europa (TCE) è esecutivo senza limitazione di durata , si occupa di quasi tutti gli argomenti essenziali alla vita delle persone , la sua forza giuridica è superiore a tutte le nostre norme nazionali (regolamenti, leggi, Costituzione), istituisce grandi poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) e ne regola gli equilibri. Il progetto di TCE è dunque, per sua natura, una Costituzione, fissa “il diritto del diritto.” Secondo Olivier Gohin, professore all’università di Parigi II: “Il nuovo Trattato è una vera Costituzione dal momento che corrisponde alla definizione materiale di ogni costituzione: organizzazione dei poteri pubblici e garanzia delle libertà fondamentali, con identificazione di un potere costituente (…) la nuova Unione europea raccoglie, da questo momento, gli elementi necessari della definizione dello stato” . Un evidente arbitrio è dettato dalla primazia del diritto europeo, anche di un semplice regolamento, sull’insieme del diritto degli Stati membri, anche sulla loro Costituzione.

Primo principio del diritto costituzionale: una Costituzione è un testo leggibile. Una Costituzione deve essere accettata, direttamente, dal popolo che vi si sottomette. Affinché questa accettazione abbia un senso, occorre che il testo sia leggibile dal popolo, da colui che sottoscrive, e non solamente dagli esperti. Da questo punto di vista, il “trattato costituzionale” è lungo e complesso : 485 pagine formato A4. Tale lunghezza, unica al mondo per una Costituzione, è rincarata da una molteplicità di rinvii che la rendono semplicemente illeggibile per i normali cittadini. Certi punti importanti come la definizione dei SIEG (Servizio di Interesse Economico Generale) non appaiono nel testo.

Va notata l’assenza di elenco dei campi nei quali ciascuna istituzione può creare il diritto. Non si trova così, da nessuna parte, l’elenco dei campi nei quali il Parlamento europeo non ha diritto di legiferare. Altri articoli importanti, come l’articolo I-33 che istituisce gli “atti non legislativi”, (regolamenti e decisioni) che permettono ad una Commissione, non eletta, di creare senza controllo parlamentare delle norme altrettanto costrittive delle leggi, non sono accompagnati da un elenco controllabile. Questa lunghezza e questa complessità impediscono ogni critica per i comuni mortali. Una Costituzione è la legge fondamentale, è “il diritto del diritto”, deve potere essere letta da tutti, per essere approvata o respinta con cognizione di causa. Secondo principio del diritto costituzionale: una Costituzione non impone una politica o un’altra, permette il dibattito politico senza imporne le conclusioni. Una Costituzione democratica non è di destra o di sinistra, non è socialista o liberale, una Costituzione non è partigiana: rende possibile il dibattito politico, è sottostante e precedente al dibattito politico. Al contrario, il TCE, oltre a fissare le regole del gioco politico, fissa una volta per tutte il gioco stesso.

In particolare questo testo conferma che l’Europa si priva da sola delle tre principali leve economiche che permettono a tutti gli Stati del mondo di governare. Nessuna politica monetaria: siamo i soli al mondo ad avere reso la nostra banca centrale totalmente indipendente, con in più, come missione principale, costituzionale, intangibile, la lotta contro l’inflazione e non per l’occupazione o per la crescita. Non viene accordato nessuno strumento ai poteri politici per modificare queste finalità. Nessuna politica industriale: l’interdizione di ogni ostacolo alla concorrenza porta con sé l’interdizione di aiutare certi attori nazionali in difficoltà o fragili. È la politica dell’impotenza economica che viene così istituzionalizzata e imposta per molto tempo.

Il progetto di TCE ci priva tutti dell’interesse a riflettere sulle alternative. A che cosa vale continuare il dibattito politico, difatti, dato che ogni alternativa reale è vietata espressamente nel supremo testo? Concretamente, se domani una maggioranza europea volesse cambiare direzione e passare ad un modo di organizzazione non commerciale, più solidale, non potrebbe farlo: occorrerebbe l’unanimità.

Terzo principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica è rivedibile. Tutti i popoli del mondo che vivono in una democrazia possono cambiare il loro patto di governo. Il progetto di TCE è troppo difficilmente rivedibile: per cambiare una virgola a questo testo, occorre prima di tutto l’unanimità dei governi per essere d’accordo su un progetto di revisione, poi ci vuole l’unanimità dei popoli (parlamenti o referendum), per ratificare (questa è detta la procedura di revisione ordinaria). Con 25 Stati, questa procedura di doppia unanimità è una vera garanzia di intangibilità per i sostenitori dell’immobilismo. Concretamente, se una larga maggioranza di europei vuole modificare la legge fondamentale, non potranno farlo.

Questa rigidità eccessiva rasenta un’agilità stupefacente in merito a un’altra procedura che, invece, non richiede l’accordo diretto dei popoli: la procedura di revisione semplificata autorizza uno degli organi dell’unione, il Consiglio dei ministri, a modificare di sua propria iniziativa elementi chiave della Costituzione che condizionino il grado di sovranità conservata dagli Stati membri in tale o tale campo (poiché il passaggio alla maggioranza fa perdere del tutto il diritto di blocco). Si tratta di cosa grave: questa Costituzione è a geometria variabile, ma senza l’avallo diretto dei popoli ad ogni variazione.

Peraltro, nel caso dell’entrata di un nuovo Stato nell’UE, la regola dell’unanimità è una protezione, ma non è l’unanimità dei popoli consultati da referendum ad essere richiesta: è anzitutto l’unanimità dei 25 rappresentanti dei governi (dei quali molti non sono eletti, e dei quali nessuno é eletto con il mandato di decidere su questo punto importante), in seguito l’unanimità degli Stati secondo la loro procedura nazionale di ratifica.

Quarto principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica garantisce contro l’arbitrio assicurando al tempo stesso la separazione dei poteri ed il controllo dei poteri. Anche nel quadro moderno di un’unione di stati, non si vede perché questi principi protettivi del buon senso avrebbero perso il loro valore.

Non è esattamente ciò che è previsto nel progetto di TCE: il Parlamento non h

a affatto l’iniziativa legislativa, cosa già inaccettabile, ed il suo ruolo nel voto del bilancio, anche se aumentato, resta limitato, e soprattutto è escluso dalla deliberazione delle leggi in certi campi, riservati al Consiglio dei Ministri (procedure legislative speciali).

È, in effetti, forse ancora più grave: ho concentrato per molto tempo la mia attenzione sulle leggi (atti legislativi), e sto scoprendo con stupore le “decisioni”, (art. I-33, I-35), “atti non legislativi” molto distinti dai semplici regolamenti. Non c’è niente da ridire sul regolamento che è un testo di applicazione, come i decreti e le ordinanze in Francia, che giustifica un potere normativo limitato conferito tradizionalmente all’esecutivo per fissare velocemente le semplici modalità pratiche dell’applicazione delle leggi. Ma le “decisioni” sono differenti, sono descritte a parte. Le “decisioni” sembrano tanto costrittive quanto le leggi, possono avere una portata generale, ma sembrano più facili da creare delle leggi, meno controllate, (probabilmente dal CJE (Consiglio Generale Europeo) ma non attraverso una discussione parlamentare. Leggendo il testo del TCE, cerco: chi può prendere queste “decisioni” che somigliano a “leggi senza Parlamento?” Il Consiglio europeo (tra capi di stati e di governo), il Consiglio dei ministri e la Commissione (tutti membri dell’esecutivo, a livello nazionale o europeo, e spesso non eletti), e… la Banca Centrale Europea. La BCE ha il potere di prendere da sola delle “decisioni”. E chi la controlla, questa banca centrale?

Abbiamo di fronte un “triangolo” composto dal Parlamento che rappresenta i popoli, dal Consiglio dei Ministri che rappresenta gli Stati, e della Commissione che rappresenta l’interesse generale. La Commissione è principalmente l’emanazione del Consiglio che ne nomina i membri con un riguardo al Parlamento che ne “elegge” anche il suo Presidente (su proposta del Consiglio). La Commissione è totalmente indipendente, non deve ricevere deleghe da nessuno, ma può essere revocata ugualmente dal Parlamento attraverso una mozione di censura e ciascuno dei commissari “può essere licenziato” dal Presidente della Commissione. È la Commissione che è incaricata della preparazione tecnica del diritto e che sottomette le sue proposte al Consiglio dei Ministri ed al Parlamento, presentati come due organi legislativi. Si presenta il Consiglio dei Ministri come una “camera alta” che sosterrebbe il ruolo del Senato dunque, ma è inaccettabile: anzitutto, i ministri non sono eletti, ma soprattutto, detengono nel loro paese il potere esecutivo, ovvero la forza che permetterà loro, tornando nel loro paese, di applicare le regole che hanno loro stessi elaborate. Sono dunque le stesse persone che creano il diritto a livello europeo e che l’applicano a livello nazionale (una volta trasferito): c’è dunque qui un’evidente confusione dei poteri.

Il Consiglio dei ministri è un organo chiaramente legato all’esecutivo a cui si è confidato un ruolo legislativo. Con la non separazione dei poteri, è un importante bastione contro l’arbitrio che viene a mancare. Inoltre, questa co-decisione sparisce quando il Parlamento è messo decisamente da parte su una serie di argomenti dove i Consigli, la Commissione ed la BCE creano il diritto da soli, (come guarda caso lo sono campi economici importanti), (Art. III-130-3: mercato interno ed Art. III-163 ed III-165: regole della concorrenza). E’ questo ad essere scioccante perché, su questi argomenti, non ci sono quasi più contro-poteri: la Commissione (che detiene spesso l’iniziativa) può essere considerata come una vera forza capace di interporsi in caso di deriva arbitraria dei Consigli (ai quali è così vicina)? Sembra dunque esserci un vero problema democratico in tutti i campi tolti al Parlamento: né separazione, né controllo. L’elenco di questi argomenti vietati non esiste da nessuna parte, e questa esclusione del Parlamento da certi campi non è formulata mai chiaramente.

Si vorrebbe sapere anche chi è realmente responsabile dei suoi atti in questa organizzazione europea, perché infine: Il parlamento non è responsabile davanti a nessuno, salvo le elezioni di cui si è detto già che non possono fungere da contro-potere, perché non c’è nessuna procedura di scioglimento. Il Consiglio europeo non è responsabile davanti a nessuno a livello europeo, (e bisogna rivolgersi alla lontana responsabilità nazionale per mettere in discussione, uno ad uno, i suoi membri). Il fatto che sia evidentemente difficile organizzare questa responsabilità, poiché si tratta di capi di stato, non basta a rassicurarci perché il risultato è ugualmente un’irresponsabilità a livello federale. Il Consiglio dei Ministri non è responsabile davanti a nessuno a livello europeo, (ed ancora una volta bisogna rivolgersi alla responsabilità nazionale per mettere in discussione i suoi membri, uno ad uno). Il fatto che anche qui sia evidentemente difficile organizzare questa responsabilità, dato che si tratta di ministri depositari di un’altra sovranità popolare rispetto a quella dell’Europa, non basta neanche qui a rassicurare perché il risultato è ugualmente un’irresponsabilità quando si prendono decisioni. La Corte europea di Giustizia (CJE), non eletta, i cui giudici dipendono direttamente dagli esecutivi che li nominano , è anche essa fuori controllo (parlamentare o dei cittadini), (è spesso questo il caso, ma con giudici veramente indipendenti), e senza ricorso, malgrado i poteri immensi di cui è dotata attraverso l’interpretazione di tutti i testi e l’arbitraggio di tutti i litigi. Democratiche, queste istituzioni? La Banca Centrale europea (BCE), non eletta, assolutamente indipendente dai poteri pubblici, è anche fuori da ogni controllo, dunque irresponsabile, malgrado l’influenza considerevole delle sue decisioni sulla vita quotidiana dei 450 milioni di europei.

Quinto principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica è necessariamente instaurata da un’assemblea indipendente dai poteri in vigore. Una Costituzione non è concessa al popolo dai potenti. È definita dal popolo stesso, o da rappresentanti scelti per questo preciso compito, esattamente per proteggersi dell’arbitrio dei potenti. Al contrario, le istituzioni europee sono state scritte, da oltre mezzo secolo, da politicanti al potere, che sono dunque evidentemente giudici e parti in causa: di destra come sinistra, fissando loro stessi i vincoli che li avrebbero condizionati tutti i giorni, questi responsabili sono stati condotti, è umano ma è anche prevedibile, ad una pericolosa parzialità.

Stabilendo una Costituzione per via di trattato, procedura molto meno costrittiva di una pesante assemblea costituente, (pubblica, con un lungo contraddittorio e convalidata direttamente dal popolo), i parlamenti e governi, di destra come sinistra, hanno fatto come facevano i proprietari della sovranità popolare, e questo trattato, come i precedenti, può essere analizzato come un abuso di potere: i nostri eletti, tutti i nostri eletti, non hanno ricevuto il mandato di abdicare alla nostra sovranità. Appartiene al popolo, direttamente, controllare che le condizioni di questo trasferimento, (a mio avviso augurabile per costruire una Europa forte e pacificata), siano accettabili.

L’unica via credibile per creare un testo fondamentale equilibrato e protettivo è un’Assemblea costituente, indipendente dai poteri in vigore, eletta per elaborare una Costituzione, e solo questo, revocata subito dopo, rispettando una procedura molto trasparente e in contraddittorio. Questo disprezzo dei popoli e delle loro scelte reali è molto rivelatore del pericolo che cresce nella più grande discrezione: le nostre élite, di destra come di sinistra, diffidano della democrazia e ce ne privano deliberatamente, progressivamente ed insidiosamente.

Per ottimismo, per credulità, per indifferenza, per ignoranza, i popoli moderni lasciano indebolire i loro beni più preziosi, molto rari su questo pianeta, quelli che condizionano la loro serenità quotidiana. Questo “trattato costituzionale” mette in luce ciò che si decide da molto senza la volontà dei popoli. Esaltando la libertà come un valore superiore, invece della fraternità, istituzionalizzando la competizione, la concorrenza, al posto della collaborazione e l’aiuto reciproco, imponendolo nel testo supremo attraverso il dogma della concorrenza assoluta, e finalmente una morale del “ciascuno per se e contro tutti”, distruggendo la regolamentazione da parte dello Stato, custode dell’interesse generale, per instaurare la regolamentazione per via del mercato, somma di interessi particolari, gli economisti neoliberali attaccano i fondamenti della democrazia per affrancare i principali decisori economici da ogni controllo. La deregolazione sistematica condotta in Europa, (dalle sue istituzioni, dalla sua politica e con il catenaccio di una Costituzione non rivedibile), e più generalmente sulla terra intera (OMC, AGCS, ADPIC) è un arretramento della civiltà, un ritorno verso la barbarie della legge del più forte.

Non voglio che questa gentaglia prezzolata decida della mia sorte. Quale mezzo resta a cittadine e cittadini per resistere a questa confisca della sovranità? C’è una soluzione più pacifica e nonviolenta: un no fermo e risoluto mediante uno sciopero generale ad oltranza. Non abbiamo che da perdere le catene.

Post scriptum

L’Unione Europea è un progetto che nacque per fini di integrazione economica nel 1951, quando il Trattato di Parigi, sottoscritto da Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, istituì la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Nel 1957 gli stessi sei Stati, con il Trattato di Roma, istituirono la CEE, Comunità Economica Europea.

Col tempo l’integrazione si fece sempre più stretta, allargandosi alla sfera politica. Fu così che il 7 febbraio 1992 gli Stati facenti parte della CEE (nel frattempo erano entrati Danimarca, Grecia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna) firmarono il Trattato di Maastricht che, a decorrere dal 1993, istituiva l’Unione Europea. Il primo gennaio 1999 entrò in vigore l’Euro.

L’11 dicembre 2000 il Consiglio europeo approvò il Trattato di Nizza e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Al vertice di Laeken del 14 e 15 dicembre 2001 nacque la Convenzione europea, un organismo incaricato di redigere una bozza di costituzione. La Convenzione terminò i suoi lavori nel luglio 2003.

La Costituzione europea fu firmata dagli Stati membri dell’Unione il 29 ottobre 2004, con la sottoscrizione del Trattato di Roma. La sua entrata in vigore era subordinata alla ratifica parlamentare o elettorale da parte di tutti gli Stati membri, ma la bocciatura subìta nei referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi l’anno successivo bloccarono il processo di approvazione. Il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, ha semplificato il testo della Costituzione che, dopo alterne fortune nell’iter di approvazione da parte dei diversi paesi europei, è definitivamente entrato in vigore l’1 dicembre 2009.

Attualmente gli Stati che fanno parte dell’Unione Europea sono 27: nel corso degli anni si sono ulteriormente aggiunti Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Ungheria.

riferimenti:
http://europa.eu/scadplus/constitution/index_it.htm

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;ELX_SESSIONID=3jVWTqzf248YKQNQFTZlLBYBDTS04cGxxGJR1hrymxQlQKRmvdvX!-905312744?uri=OJ:C:2004:310:TOC

http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Europea/Domande_trattato_Lisbona.htm

http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/europa/notizia_20082.html_1254910883.html

http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2005;57

http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2005;57

http://ue.eu.int/igcpdf/it/04/cg00/cg00087.it04.pdf

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:C:2004:310:FULL&from=IT

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=eurogendfor

Gianni Lannes, IL GRANDE FRATELLO. STRATEGIE DEL DOMINIO, Draco edizioni, Modena, 2012.

Ripreso da: SU LA TESTA! di Gianni Lannes

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Barroso ammette “UE pensata apposta per essere un antidoto ai governi democratici”

Il presidente della Commissione Europea , José Manuel Barroso, è arrivato ad ammetterlo pubblicamente. Quando ho letto le sue dichiarazioni, sono rimasto per quasi 5 minuti senza parole pensando “Ma in che mani siamo finiti?

Ecco le dichiarazioni del Presidente  della Commissione Europea, la più alta e potente carica in Europa che, purtroppo, ci rappresenta nel mondo:

“La ragione per cui abbiamo bisogno dell’Unione europea è proprio perché non è democratica. Lasciati a se stessi , i governi eletti potrebbero arrivare a fare ogni sorta di cosa semplicemente per guadagnare voti.
I governi democratici non hanno sempre ragione, se i governi democratici avessero avuto sempre ragione non avremmo la situazione che abbiamo oggi: le decisioni adottate dalle istituzioni più democratiche del mondo sono spesso molto sbagliate.”

E continua: “Questa è stata, in larga misura, la logica e l’obiettivo principale per l’unificazione europea. I padri fondatori avevano attraversato la Seconda Guerra Mondiale e ne sono usciti con una visione stanca di democrazia. Così hanno deliberatamente progettato un sistema in cui il potere supremo è esercitato da commissari nominati che non hanno bisogno di preoccuparsi dell’opinione pubblica. Essi – i padri fondatori – credevano che il processo democratico a volte ha bisogno di essere guidato, temperato, vincolato.”
Ora sapete che chi parla di democrazia dichiarandosi un sostenitore di questa Unione Europea, stà mentendo. In Europa non esiste nessuna democrazia, decidono 28 “super-commissari” nominati che “non devono preoccuparsi del consenso del popolo”. Noi lo abbiamo sempre sostenuto, ora abbiamo avuto la conferma dai diretti interessati.
Benvenuti in Europa, altro che URSS…
Fonte: The Telegraph
Ancora una volta, Nigel Farage aveva ragione:
“Anni fa la signora Thatcher ha capito che cosa si nascondesse dietro il progetto europeo. Ha capito che l’intento era quello di togliere la democrazia agli Stati nazionali per mettere quel potere in mano a persone che non possono essere chiamate a rispondere di ciò che fanno.”

Fonte: Informati, Italia

Ecco le prove, rivoluzione ucraina pagata dagli Usa

«Fermiamo il nazismo ucraino». Chiaro riferimento alla direzione della protesta di piazza Maidan da parte di partiti nazisti e all’entrata nel nuovo governo di quattro ministri dichiaratamente ammiratori di Hitler.

Rivolta costata 5 miliardi di euro in due anni. Stipendiati anche i nazisti responsabili degli scontri di piazza. Alcuni gruppi addestrati militarmente in Estonia. [Franco Fracassi]

 

di Franco Fracassi

«Dopo avere organizzato la rivoluzione arancione del 2004, un fallimento totale, anche questo colpo di Stato a Kiev è stato organizzato dai servizi segreti americani». L’accusa non arriva dal presidente russo Vladimir Putin o dal defenestrato presidente ucraino Viktor Yanukovich. A farla è Paul Craig Roberts, direttore del Centro studi strategici e internazionali della Georgetown University. «La cosa più grave è che questi incompetenti, arroganti, ideologi non hanno previsto che l’unica forza organizzata dell’opposizione erano i due partiti neonazisti, che hanno immediatamente sfruttato la situazione per prendere il sopravvento ed emarginare i cosiddetti moderati, che ora non contano nulla. Questi neonazisti hanno ammazzato diversi poliziotti a sangue freddo, alcuni sono stati macellati, altri bruciati. Il loro primo atto di governo è stato il divieto di uso della lingua russa e altre provocazioni, come saccheggi alle case degli ex gerarchi. Ora la Casa Bianca e i suoi lacchè si trovano nella situazione o di ammettere di essere degli idioti oppure di negare a oltranza, mobilitando la propaganda e spingendosi sempre più in là nella provocazione verso i russi».

Cinque, centottantaquattro, duecento, cinquecento, duemila. Sono numeri che confermano le affermazioni di Roberts. Cinque sono i miliardi di dollari che l’Amministrazione Obama ha investito negli ultimi due anni per rovesciare il governo di Yanukovich, venti milioni a settimana. Centottantaquattro sono i milioni che il dipartimento di Stato ha elargito direttamente ai dimostranti di piazza Maidan. Duecento sono i dollari che quotidianamente sono stati versati a ogni «combattente attivo». Cinquecento ai «combattenti» che facevano parte di gruppi armati composti da almeno dieci persone. Duemila i dollari dati ai coordinatori dei manipoli di dimostranti che compivano azioni offensive contro agenti di polizia o rappresentanti delle autorità pubbliche. Cifre rivelate da “Jane’s Review”, la più autorevole rivista statunitense di cose militari e di inteligence. «Combattenti attivi e leader ricevono i pagamenti sui loro conti personali», aggiunge Jane’s. Su Youtube è apparso anche un video che mostra valige diplomatiche arrivate a Kiev via Lufthansa e scortate da dipendenti armati del Dipartimento di Stato Usa. Valigette contenenti banconote da cento dollari.

I combattenti di piazza Maidan sono stati stipendiati dal Dipartimento di Stato. Molti di loro sono nazisti.

Ma c’è anche dell’altro. “Intelligenceonline” ha documentato come molti dei gruppi neonazisti siano stati «preparati in basi militari della Nato». Uno tra tutti l’Una-Unso. «I suoi membri sono stati addestrati in Estonia alla guerriglia urbana a partire dal 2006».

Forse anche per questo, quando alcuni media denunciavano la presenza, anzi, il comando della protesta da parte dei neonazisti Washington ha fatto finta di nulla. Nulla, perfino quando ventinove leader politici ucraini hanno inviato una lettera aperta, alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti, denunciando «il sostegno occidentale alla campagna neonazista finalizzata al rovesciamento cruento di un governo democraticamente eletto».

Eppure non si trattava di suposizioni allarmistiche. Sarebbe bastato leggere l’articolo scritto da Simon Shuster su “TimeMagazine”, in cui si parlava apertamente di «criminali di destra che stanno dirottando la rivolta liberale in Ucraina. Al centro dei tafferugli un gruppo di picchiatori neonazisti chiamato “Spilna Prava” (Causa comune), le cui iniziali in ucraino sono Ss».

 

Foto scattata da un giornalista israeliano a un combattente di piazza Maidan apertamente definitosi mercenario straniero.

Oppure il colloquio tra il giornalista del “Guardian” Shaun Walker e uno dei coordinatori di piazza Maidan Andriy Tarasenko: «Per noi il problema non è l’Europa, infatti l’unione con l’Europa sarebbe la morte dell’Ucraina. L’Europa significa la morte dello Stato-nazione, della Cristianità. Vogliamo un’Ucraina per gli ucraini, governata dagli ucraini. L’obiettivo del gruppo è una rivoluzione nazionale».

O ancora l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, che ha dichiarato al “New York Times”: «Teppisti stanno attaccando la polizia, incendiano auto, assaltano edifici, creano un ambiente di distruzione. Questa gente è di chiara matrice nazista e antisemita».

La Casa Bianca, oltre che non volere, non poteva fare altrimenti perché la conduzione della sua politica con l’Europa dell’Est è affidata all’ex capo della Cia un Unione Sovietica (prima) e in Russia (poi), una neocon convinta, fedele all’ex Amministrazione Bush e al suo amico Dick Chaney. Il funzionario del Dipartimento di Stato in questione, Victoria Nuland, ha tenuto lo scorso 13 dicembre un discorso al National Press Club (sponsorizzato da US-Ukraine Foundation, Chevron e Ukraine-in-Washington Lobby Group), durante il quale si compiaceva del fatto che Washington avesse speso «cinque miliardi di dollari per fomentare l’agitazione e per trascinare l’Ucraina nell’Ue». Aggiungendo: «Una volta preda di Bruxelles, l’Ucraina sarebbe aiutata dall’occidente attraverso il Fmi».

Victoria Nuland insieme a tre dei leader della rivolta: a sinistra il leader del partito neonazista Svoboda (Oleh Tyahnybok); al centro il leader del partito Udar (Vitaly Klichko), nonché leader politico di piazza Maidan e alleato di Svoboda; a destra l’attuale primo ministro ucraino Arseniy Yachenyuk.

Per comprendere meglio il personaggio Nuland bisogna parlare di suo marito. Robert Kagan è anch’egli un neocon con il mito dell’eccezionalità rappresentata dagli Stati Uniti. Nel 2003 Kagan scrisse un libro dal titolo “Paradiso e Potere. America ed Europa nel Nuovo Ordine Mondiale”, nel quale scriveva: «L’ordine internazionale non è un’evoluzione, è un’imposizione. È il dominio di una visione sulle altre. Nel caso dell’America, il dominio dei principi del libero mercato e della democrazia, insieme ad un sistema internazionale che li sostiene. L’ordine attuale durerà solo fino a quando coloro che lo favoriscono e ne traggono beneficio manterranno la volontà e la capacità di difenderlo. A qualcuno pare assurdo che gli Stati Uniti debbano avere un apparato militare più grande di quelli delle altre dieci prime potenze militari messi assieme. Ma, probabilmente, è proprio quel divario nella potenza militare che ha giocato un ruolo decisivo nel mantenere un sistema internazionale che è storicamente unico, e in modo unico benefico per gli americani».

L’interventismo del duo Nuland-Kagan si è tradotto in Ucraina nell’infiltrazione di agenti statunitensi (ma forse erano di società private di mercenari) tra i manifestanti. In un video girato a piazza Maidan si vede la polizia speciale trattenere un uomo che mostra un tesserino appartenente all’International Police Association (Ipa). Più di un articolo (pubblicato anche da autorevoli testate internazionali) ha accusato l’Ipa di non essere altro che un’associazione di copertura della Cia.

Poi c’è la denuncia fatta anche da Popoff, in cui si segnalava lo sbarco notturno all’aeroporto di Kiev di trecento mercenari pagati dal Pentagono. Trecento soldati super addestrati spariti tra la folla dei dimostranti poche ore dopo il loro arrivo in Ucraina, e accusati di essere loro i cecchini responsabili del massacro di piazza Maidan.

Il presidente statunitense Barak Obama e il suo equivalente russo Vladimir Putin. Più che una questione interna, la crisi ucraina è cosa loro.

 

Fonte: POP OFF

E’ in arrivo la maxi-tassa per l’Europa: mille euro all’anno per persona per vent’anni L’ultimo mostro targato UE

E’ in arrivo la maxi-tassa per l’Europa: mille euro all’anno per persona per vent’anni

L’ultimo mostro targato UE: il Debt Redemption Fund (Fondo di Redenzione del Debito)

Altro che le buffonate del berluschino fiorentino! Altro che l’altra Europa dei sinistrati dalla vista corta! E’ in arrivo sul binario n° 20 (anni) un trenino carico di tasse targate Europa. Ma come!? E le riduzioni dell’Irpef dell’emulo del Berluska? Roba per le urne, che le cose serie verranno subito dopo.

Di cosa si tratta è presto detto. Tutti avranno notato lo strano silenzio della politica italiana sulFiscal Compact, quasi che se lo fossero scordato, magari con la nascosta speranza di un abbuono dell’ultimo minuto, un po’ come avvenne al momento dell’ingresso nell’eurozona per i famosi parametri di Maastricht.

Ma mentre i politicanti italiani fingono che le priorità siano altre, a Bruxelles c’è chi lavora alacremente per dare al Fiscal Compact una forma attuativa precisa quanto atroce. Anche in questo caso, come in quello dell’italica Spending Review, sono all’opera gli “esperti“: undici tecnocrati di provata fede liberista, guidati dall’ex governatrice della banca centrale austriaca, la signora Gertrude Trumpel-Gugerell. Entro marzo, costoro dovranno presentare al presidente della Commissione UE, Barroso, le proprie proposte operative. Poi arriverà la decisione politica, presumibilmente dopo il voto degli europei che di quel che si sta preparando niente devono sapere, specie se sono cittadini degli stati dell’Europa mediterranea.

Sul lavoro di questi undici taglieggiatori erano già uscite delle indiscrezioni. Ma ora che la scadenza si avvicina i rumors si fanno più precisi. Ed anche la stampa italiana, dopo le balle a iosa sui “successi” di Renzi a Berlino, comincia a scrivere qualcosa. Ha iniziato ieri l’altro Il Foglio, con il titolo «Dare soldi, vedere cammello. L’Ue fruga nelle nostre tasche». Ha proseguito ieri il Corriere della Sera che, quasi a voler bilanciare il trionfalismo filo-governativo, ha titolato: «I nuovi vincoli e quelle illusioni sul “fiscal compact”».

E bravo, per una volta, il titolista del Corriere: sul Fiscal Compact sembra proprio che sia arrivato il momento di abbandonare le illusioni. Naturalmente, per chi ce le aveva. Che non è il nostro caso.

Ma quale sarà la proposta degli undici, una strana squadra di calcio dove l’Italia, quasi fosse estranea al problema, non è neppure rappresentata?  Stando a quanto scrivono i due giornali italiani la proposta sarà incentrata su tre punti: Debt Redemption Fund, Eurobond, Tassa per l’Europa (anche se loro, ovviamente, non la chiameranno così).

Partiamo dal nuovo Fondo che si vorrebbe istituire, Debt Redemption Fund (DRF) secondo i più, European Redemption Fund (ERF) secondo altri, ma il nome non cambia la sostanza. In questo Fondo verrebbero fatti confluire i debiti di ogni Stato che eccedono il 60% in rapporto al pil. Per l’Italia, ad oggi circa 1.100 miliardi di euro.

Oh bella! Che si sia finalmente trovato il modo di mutualizzare il debito, come sperano gli euro-entusiasti e gli euro-speranzosi di centro-sinistra-destra? A farlo credere ci sono pure gli Eurobond, che a quel punto verrebbero emessi per far fronte alla massa del debito cumulata nel nuovo Fondo. Dunque anche i tassi di interesse della quota del debito italiano andrebbero a scendere. Una vera pacchia, se non fosse per la clausola che dovrebbe garantire – inautomatico – l’azzeramento del debito assorbito dal Fondo in un periodo di vent’anni.

Come funzionerebbe questa clausola? Secondo i due giornali citati, con un prelievo diretto da parte del Fondo su una quota delle entrate fiscali di ciascun stato debitore. Così, giusto per non rischiare. Leggere per credere.

Scrive ad esempio Antonio Pilati su Il Foglio: «In realtà l’idea degli esperti è a doppio taglio e la seconda lama fa molto male all’Italia: è infatti previsto che dal gettito fiscale degli stati partecipanti si attui ogni anno un prelievo automatico pari a 1/20 del debito apportato al Fondo. Nel progetto, le risorse raccolte dal fisco nazionale passano in via diretta, tagliando fuori le autorità degli stati debitori, alle casse del Fondo. Si tratta di un passaggio cruciale e drammatico tanto nella sostanza quanto – e ancora di più – nella forma».

E così pure Riccardo Puglisi sul Corriere della Sera: «L’aspetto gravoso per l’Italia è che la commissione sta anche pensando ad un prelievo automatico annuo dalle entrate fiscali di ciascuno stato per un importo pari ad un ventesimo del debito pubblico trasferito al fondo stesso. Il rientro verso il 60 percento avverrebbe in modo meccanico, forse con un eccesso di cessione di sovranità».

«Forse con un eccesso di cessione di sovranità», impagabile Corriere! Adesso non possiamo sapere con esattezza come andrà a finire, ed è probabile che la patata bollente verrà affrontata solo dopo le elezioni europee. Ma la direzione di marcia è chiara. La linea dell’austerity non solo non è cambiata, ma ci si appresta ad un suo drammatico rilancio, del resto in perfetta coerenza con i contenuti del Fiscal Compact, noti ormai da due anni.

Per l’Italia si tratterebbe di un prelievo forzoso – in automatico, appunto – di 55 miliardi di euro all’anno per vent’anni. Cioè, per parafrase lo spaccone di Palazzo Chigi, di mille euro a persona (compresi vecchi e bambini) all’anno, per vent’anni. Per una famiglia media di tre persone, 60mila euro di tasse da versare all’Europa.

Naturalmente si può dubitare che si possa arrivare a tanto. Ma sta di fatto che questa è l’ipotesi sulla quale l’Unione Europea – quella vera, non quella immaginata a forza di Spinelli – sta lavorando. Magari questa ipotesi estrema verrà limata ed abbellita, ma il punto di partenza è questo. E sinceramente non ci sembra neppure così strano, considerata sia la natura oligarchica dell’UE, che il dominio incontrastato della Germania al suo interno.

E’ la logica del sistema dell’euro e della distruzione di ogni sovranità degli stati che in questo sistema sono destinati a soccombere. Tra questi il più importante è l’Italia. E forse sarà proprio nel nostro paese che si svolgerà la battaglia decisiva.

Ma ora, per favore, che nessuno venga a dire che non si conoscono i termini del problema. Il sistema dell’euro, tanto antidemocratico quanto antipopolare, procede imperterrito per la sua strada. Le classi popolari hanno davanti 20 anni (venti) di stenti, miseria e disoccupazione. O ci si batte per il recupero della sovranità nazionale, inclusa quella monetaria, o sarà inutile – peggio, ipocrita – venire a lamentarsi della catastrofe sociale che ci attende.

Lo diciamo ormai da anni, ma il poco encomiabile lavoro degli undici esperti (vedi la scheda in fondo all’articolo per capire chi sono davvero questi taglieggiatori), ha almeno il merito di togliere ogni ragionevole dubbio. Gli eurocrati non si fidano proprio dei singoli stati, dunque basta con i vincoli da rispettare e/o sanzionare. Meglio, molto meglio, mettere direttamente le mani nel gettito fiscale di ogni stato da “redimere”. Questa è la novità. Ed è una novità che si commenta da sola.

PS – Che ieri, in questo quadro, il presidente del consiglio abbia definito anacronistico il parametro del 3% nel rapporto debito/pil può solo far sorridere. Anacronistico? Probabilmente sì, ma per l’UE esattamente nel senso opposto a quel che Renzi vorrebbe. Per lorsignori il vincolo del 3% è acqua fresca, ben presto il Fiscal Compact esigerà vincoli ben più stringenti: questa volta non semplici percentuali, sulle quali magari discutere, bensì denaro sonante attinto direttamente con una ben definita Tassa per l’Europa.

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SCHEDA

Chi sono gli undici taglieggiatori:

Gertrude Tumpel-Gugerell – Ex banchiera centrale austriaca, famosa per le operazioni speculative che misero in difficoltà la banca, è ora nel CdA di Commerzbank.

Agnés Bénassy-Quéré – Economista e docente presso diverse università francesi, ha lavorato al ministero delle finanze di Parigi.

Vitor Bento – Ex banchiere centrale del Portogallo, vicino al Partito Socialdemocratico di quel paese (centrodestra).

Graham Bishop – Consulente finanziario di altissimo livello, ultraliberista della prima ora, è stato membro influente della commissione che, negli anni ’90, preparò il passaggio all’euro.

Claudia Buch – Tedesca su posizioni liberiste. Esperta di mercati finanziari.

Leonardus Lex Hoogduin – Economista olandese, è stato advisor della Banca dei Regolamenti Internazionali.

Jan Mazak – Giudice slovacco. E’ stato avvocato generale presso la Corte europea di giustizia di Lussemburgo.

Belén Romana – Ex direttore del Tesoro spagnolo, attualmente amministratore delegato della Sareb, la “bad bank” cui sono stati conferiti gli asset tossici del settore immobiliare iberico.

Ingrida Simonyte – Ex ministro delle finanze della Lituania

Vesa Vihriala – Membro dell’Associazione degli industriali finlandesi (poteva mancare la Finlandia?), ex advisor di Olli Rehn.

Beatrice Weder di Mauro – Questa economista, che ha lavorato in passato per il Fondo Monetario Internazionale, è oggi nel board della ThyssenKrupp ed in quello di Hoffman-La Roche.

Fonte: Informati, Italia

CLAMOROSO / LA COMMISSIONE EUROPEA SCHIANTA RENZI & PADOAN: ”VIETATO USARE FONDI UE PER TAGLIO CUNEO FISCALE”(E ADESSO?)

Bruxelles – Altolà della Commissione europea all’ipotesi di utilizzare i fondi strutturali dell’Ue per anticipare il taglio del cuneo fiscale per le imprese, prima che siano pienamente disponibili le nuove risorse liberata dalla “spending review”. Rispondendo a questa ipotesi ventilata ieri, in un’intervista al Sole 24 Ore, dal neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, la portavoce del commissario Ue alle Politiche regionali, Johannes Hahn, ha puntualizzato che “le risorse della politica di coesione devono essere utilizzate per finanziare nuovi progetti che hanno vocazione a contribuire allo sviluppo. Non possono pertanto – ha sottolineato la portavoce in una nota – essere usate per coprire riduzione di imposte, come quella di un potenziale taglio del cuneo fiscale, cioè la differenza fra le imposte sul lavoro e il costo del lavoro, come suggerito da alcuni”. “All’Italia, come a qualsiasi altro Stato membro dell’Unione – ha proseguito la portavoce, Shirin Wheeler – stiamo quindi dicendo che le regole dei Fondi Ue permettono di finanziare con risorse nazionali, prima che i programmi del periodo 2014-2020 siano adottati dalla Commissione, progetti concreti per offrire, ad esempio, aiuti per le start up o per l’espansione produttiva e occupazionale dell’industria manifatturiera, oppure operazioni per ridurre la dispersione scolastica. Progetti che mirano a questi obiettivi sono considerati una priorità della politica dell’Ue”, ha continuato la portavoce. Ma, ha aggiunto, “Questi progetti dovranno in ogni caso essere sottoposti a una verifica a posteriori di coerenza con le regole dei Fondi con criteri di selezione e con la strategia dei programmi. Solo quando sarà trovato un accordo sulla strategia e sui programmi, la Commissione potrà rimborsare quei progetti con risorse comunitarie”, ha concluso Wheeler. In sostanza, si può anticipare con fondi nazionali il finanziamento di progetti che rientrano negli accordi con la Commissione, anche prima che siano definitivamente approvati, per poi rimborsare le risorse anticipate quando arriveranno i co-finanziamenti comunitari a seguito dell’adozione dei programmi. Ma è chiaro che i Fondi Ue non potranno in nessun caso finanziare, neanche come anticipo da rimborsare successivamente, operazioni come la riduzione del cuneo fiscale. In realtà, i tempi per la definizione dei progetti sono ormai molto stretti: l’Italia ha già inviato nel novembre scorso una bozza dell’Accordo di partenariato per l’impiego dei Fondi Ue, al quale la Commissione risponderà con le sue osservazioni la prossima settimana. La proposta definitiva di accordo dovrà pervenire a Bruxelles entro il 22 aprile, e tre mesi dopo dovranno essere sottoposti all’Esecutivo Ue tutti i programmi operativi regionali. Quanto ai fondi non utilizzati nel precedente periodo di programmazione 2007-2013, la Commissione ha avvertito che “non ci sono più margini di manovra” per nuove modifiche, dopo che sono già state approvate due successive riprogrammazioni, una con il ministro Fabrizio Barca (governo Monti) e l’altra, recentemente, con il ministro Carlo Trigilia (governo Letta). “Si tratta di denaro che è già stato impegnato in programmi e contratti”, hanno affermato fonti della Commissione. (ANSA) Fonte: Vox Veritas

IL (BLOW) JOBS ACT NON RISOLVERA’ UN BEL NULLA

Trovo veramente disdicevole l’ipocrisia del presidente Napolitano che giudica “intollerabile” il livello di disoccupazione raggiunto nel nostro Paese, dal momento che, come tutti hanno capito, la disoccupazione è esplosa proprio in conseguenza delle politiche di austerità imposte da Monti e Letta su chiaro mandato dello stesso Napolitano. Trovo altrettanto nauseante l’enfasi con la quale il neopremier Matteo Renzi pone l’accento sull’indispensabilità di approvare in tempi rapidi il cosiddetto (blow) Jobs Act, ennesima truffa destinata in prospettiva ad aggravare ulteriormente il fenomeno disoccupazione. Del progetto di riforma in questione si è capito poco, e quel poco che si è capito fa letteralmente venire la nausea. Ebbene, al netto delle sottigliezze buone per confondere le acque, è bene ricordare che esistono fondamentalmente due distinte filosofie che sovraintendono il modo di approcciarsi al tema “occupazione”. La prima, che definiremmo di impostazione neoclassica, insegna che il mercato è capace da solo di trovare il suo punto di equilibrio, quindi, in presenza di elevata disoccupazione, l’unica cosa saggia da fare consiste nel ridurre salari e diritti. Il lavoro, considerato una merce al pari di tutte le altre, deve anch’esso sottostare alla dura legge della domanda e dell’offerta. La seconda, di matrice keynesiana, spiega al contrario come il livello di disoccupazione generale dipenda da un deficit di domanda effettiva. Perciò, nella misura in cui il privato non riesca da solo ad assorbire tutta la forza lavoro disponibile, spetterà ai pubblici poteri garantire quel surplus di spesa a debito necessario per raggiungere un equilibrio di piena e dignitosa occupazione. La prima delle due tesi, ovvero quella classica, ha monopolizzato il dibattito economico, accademico e politico dalla rivoluzione industriale fino all’avvento di Keynes. Per comprendere quale tipo di società produca in concreto il trionfo di una simile impostazione concettuale, consiglio a tutti la lettura de I Miserabili di Victor Hugo. In seguito alla terribile crisi del 1929, proprio con l’obiettivo di limitare gli effetti distorsivi tipici di un mercato lasciato a briglie sciolte, cominciano finalmente a farsi strada ipotesi alternative. Il keynesismo, che trova la sua più fedele e nobile applicazione nel New Deal rooseveltiano, permea il mondo occidentale dal dopoguerra fino agli anni ’80, consentendo alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni di vivere all’interno di società opulente, dinamiche, inclusive, nonché guidate da un anelito di uguaglianza e di giustizia sociale. I vecchi negrieri ottocenteschi, quelli che trovavano normale che i bambini lavorassero in fabbrica con turni massacranti e paghe da fame, hanno ora riconquistato la guida dei processi globali. Il Jobs Act di Renzi, influenzato dal neoliberista Ichino, rappresenta l’ennesimo frutto avvelenato prodotto dall’albero maligno. Intriso di quella teologia neoliberale già sperimentata dai vari Treu, Biagi e Fornero, la nuova proposta di riforma si pone su un piano di assoluta continuità con il recente e fallimentare passato. Se il lavoro manca, questo il succo del ragionamento, è colpa della burocrazia e delle troppe regole che rendono complicato o sconveniente assumere. Da qui l’ossessione per l’art. 18 e per la compressione salariale funzionale al finto mito della “competitività”. Questa lettura delle cose, interiorizzata anche dal buffone fiorentino di stanza a Palazzo Chigi, è assolutamente falsa. Il lavoro manca perché non c’è domanda. I consumi crollano, le imprese non vendono e, non vendendo, conseguentemente licenziano anziché assumere. La soluzione giusta per rimettere in piedi l’economia italiana sarebbe quella di predisporre il New Deal del nuovo millennio. Un mastodontico piano volto alla realizzazione di infrastrutture, materiali e immateriali, finanziato in deficit dallo Stato alla faccia di Merkel, Draghi, Olli Rehn, Barroso, Van Rompuy e compagnia cantante. Ma Renzi, già entrato nella sfera di influenza dei soliti Venerabili reazionari, non farà nulla di tutto questo. Reciterà viceversa con zelo il compitino che altri hanno scritto per lui, completando nei fatti il tragitto avviato dai suoi predecessori Monti e Letta. Tanto, per piangere lacrime di coccodrillo c’è sempre tempo. Perfino Schulz e Napolitano, protagonisti consapevoli della devastazione europea, denunciano infatti a parole le politiche ammazza-popoli da essi stessi preparate, avallate e imposte. In tanti, evidentemente, pur di non perdere il potere preferiscono smarrire la decenza.

Francesco Maria Toscano

Fonte: Vox Veritas

L’Ue non vieterà i pesticidi neonicotinoidi legati dagli studiosi alla moria di api

L’Unione Europea non vieterà i pesticidi neonicotinoidi, il cui impiego viene da molti studiosilegato alla preoccupante moria di api. Si limiterà a restringere per due anni, in modo non ancora ben definito, l’impiego di tre principi attivi e poi riesaminerà la questione.

E’ il succo di un comunicato stampa diffuso poco fa dalla Commissione Europea. Le nuove regole entreranno in vigore il 31 dicembre: non ne sono ancora noti i dettagli ma solo le linee di fondo.

Per apprezzare la portata degli eventi, tenete presenti tre cose. Prima cosa, l’importanza delle api: dall’impollinazione che esse effettuano dipende un terzo dei raccolti agricoli. Un terzo del nostro cibo. Seconda cosa, ci accorgiamo della moria di api perchè sono domestiche ma è lecito presumere che muoiano nello stesso modo anche altri insetti, che sono alla base di molte catene alimentari: rondini, rospi, rane e su su fino ai rispettivi predatori.

La terza cosa da tenere presente è l’importanza colossale degli interessi economici legati al business dei pesticidi.

Due giorni fa il quotidiano britannico Guardian ha rivelato l’azione di lobby dei big dell’agrochimica sull’Ue per cercare di impedire il bando dei neonicotinoidi: la Syngenta ha perfino minacciato di trascinare in tribunale i funzionari dell’Efsa (l’agenzia dell’Ue per la sicurezza alimentare) che hanno messo nero su bianco: “L’Efsa accerta rischi da neonicotinoidi per le api”.

Secondo il comunicato stampa Ue, oggi il comitato di esperti designati da tutti i Paesi dell’Unione Europea non è riuscito a raggiungere l’amplissima maggioranza richiesta per prendere una decisione sui neonicotonoidi: tuttavia 15 Stati membri si sono espressi a favore di restrizioni, 8 hanno detto no e 4 si sono astenuti.

Di conseguenza ora la decisione spetta alla Commissione Europea. Essa, prosegue il comunicato, alla luce dell’orientamento emerso nel comitato e del parere espresso dall’Efsa ha deciso di limitare l’uso di tre principi attivi neonicotinoidi – clothianidin, imidacloprid e thiametoxam – per la concia dei semi e l’applicazione sul suolo e su colture che attirano le api.

Non viene esplicitato quali siano esattamente le colture che attirano le api, nè quali limiti verranno concretamente posti all’uso dei neonicotinoidi.

Si dice solo che la Commissione Europea prenderà il provvedimento in questione nelle prossime settimane e che saranno previste eccezioni sia per le coltivazioni in serra sia per le coltivazioni in campo aperto che non stanno fiorendo e che quindi non attirano le api.

Gli apicoltori chiedono da tempo il divieto totale di uso dei pesticidi neonicotinoidi. Ricordo lo sciopero della fame invano effettuato due anni fa da una coppia che allevava api in mezzo ai vigneti del Monferrato e che aveva le arnie devastate: api disorientate (“rincoglionite” è il vocabolo testualmente usato dagli apicoltori) e risultate in laboratorio contaminate da tracce dei neonicotinoidi usati in viticoltura.

vigneti non attirano le api, non fanno fiori come i ciliegi, i meli, la colza… Dunque, da quel che è dato di capire dal sibillino comunicato stampa Ue, sarà possibile continuare a trattare i vigneti con i neonicotinoidi, e così pure il grano, le barbabietole eccetera. Con buona pace degli apicoltori.

Fonte: http://blogeko.iljournal.it/2013/lue-non-vietera-i-pesticidi-neonicotinoidi-legati-dagli-studiosi-alla-moria-di-api/72361