EUROPA: VERSO LA DITTATURA

di Gianni Lannes

Il vecchio continente percorre una via senza ritorno. A parte Eurogendfor, il “trattato costituzionale” è un pericolo per tutti che mette a nudo un cancro nascosto nell’Unione europea. Per chi è stato realmente scritto e a chi fa comodo questo testo che massacra il diritto alla libertà dei popoli? Parliamo di qualcosa che pochissimi conoscono realmente, e non si potrà più cambiare.

Milioni di europei sono favorevoli al “progresso” e alla pace, ma non hanno letto questo abominio dalle conseguenze inquietanti. Esistono motivate ragioni per opporsi a questa imposizione calata dall’Atlantico. Non spetta al potere in vigore scrivere il diritto del diritto. La cosiddetta “unione europea non è un insieme di popoli, ma una sommatoria di interessi affaristici e di dominio del genere umano.

Eppure ecco l’elenco dei Paesi che non hanno sottomesso il trattato al loro popolo: Lituania, 11 dicembre 2004, Ungheria, 20 dicembre 2004, Italia, 25 gennaio 2005, Slovenia, 1 febbraio 2005, Germania, 12 maggio 2005, Slovacchia (maggio 2005), Cipro (maggio 2005), Austria (primavera 2005), Belgio (primavera 2005), Grecia (primavera 2005), Malta (luglio 2005), Svezia, dicembre 2005 e tuttavia il 58% degli svedese richiedono un referendum, Estonia (2005), Finlandia (fine 2005), Lettonia (?). I governi che hanno fatto ratificare questo testo dal loro Parlamento nazionale, piuttosto che dal loro popolo (referendum), hanno firmato un’autentica omissione di atti di ufficio, mentre in Italia hanno attentato alla Costituzione repubblicana: i popoli di questi paesi sono privati così al tempo stesso del dibattito e dell’espressione diretta che avrebbe permesso loro di resistere all’arretramento democratico che li espone all’arbitrio.

Di seguito le nazioni che hanno optato per il referendum: Spagna, 20 febbraio 2005, Paesi Bassi, 1 giugno 2005, Francia, 29 maggio 2005, Lussemburgo, 10 luglio 2005, Danimarca, 27 settembre 2005, Portogallo (ottobre 2005), Polonia (fine 2005), Regno Unito (primavera 2006), Repubblica ceca (giugno 2006), Irlanda (2006).

Tre referendum sono consultivi solamente (Spagna, Paesi Bassi e Lussemburgo), e, infine, solo sei popoli sono veramente consultati in questo progetto. I popoli di Francia e Olanda hanno detto no. Che democrazia impeccabile (sic!): sei Paesi realmente consultati su venticinque.

Nel Belpaese la legge di ratifica 7 aprile 2005, numero 57, è stata promulgata, non a caso da Carlo Azeglio Ciampi, e sottoscritta da Berlusconi, Fini e Castelli, grazie al beneplacito della finta opposizione di centrosinistra.

In primo luogo una Costituzione deve essere leggibile per permettere un voto popolare. Una Costituzione non impone questa o quella politica: quel testo è fazioso. Una Costituzione è rivedibile: quel testo è blindato dalla necessità di una doppia unanimità. Una Costituzione protegge dalla tirannide con la separazione dei poteri e il controllo dei poteri: quel testo non istituisce nessun vero controllo dei poteri né una reale separazione dei poteri. Una Costituzione non è concessa dai potenti, è stabilita dallo stesso popolo, al fine di proteggersi dall’arbitrio dei potenti, attraverso un’Assemblea costituente, indipendente, eletta per questo motivo e poi revocata: quel testo incorpora istituzioni europee che sono state scritte da cinquant’ anni dai politicanti al potere, al tempo stesso giudici e parti in causa.

Trattato o Costituzione? Qual è la corretta definizione di questo folle progetto? Questo testo gioca il ruolo di una costituzione e l’ossimoro “Trattato costituzionale”, accostamento di parole contraddittorie, conduce, giocando sulle parole, a creare una norma suprema troppo rigida, troppo difficile da rivedere. Il progetto di Trattato che stabilisce una Costituzione per l’Europa (TCE) è esecutivo senza limitazione di durata , si occupa di quasi tutti gli argomenti essenziali alla vita delle persone , la sua forza giuridica è superiore a tutte le nostre norme nazionali (regolamenti, leggi, Costituzione), istituisce grandi poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) e ne regola gli equilibri. Il progetto di TCE è dunque, per sua natura, una Costituzione, fissa “il diritto del diritto.” Secondo Olivier Gohin, professore all’università di Parigi II: “Il nuovo Trattato è una vera Costituzione dal momento che corrisponde alla definizione materiale di ogni costituzione: organizzazione dei poteri pubblici e garanzia delle libertà fondamentali, con identificazione di un potere costituente (…) la nuova Unione europea raccoglie, da questo momento, gli elementi necessari della definizione dello stato” . Un evidente arbitrio è dettato dalla primazia del diritto europeo, anche di un semplice regolamento, sull’insieme del diritto degli Stati membri, anche sulla loro Costituzione.

Primo principio del diritto costituzionale: una Costituzione è un testo leggibile. Una Costituzione deve essere accettata, direttamente, dal popolo che vi si sottomette. Affinché questa accettazione abbia un senso, occorre che il testo sia leggibile dal popolo, da colui che sottoscrive, e non solamente dagli esperti. Da questo punto di vista, il “trattato costituzionale” è lungo e complesso : 485 pagine formato A4. Tale lunghezza, unica al mondo per una Costituzione, è rincarata da una molteplicità di rinvii che la rendono semplicemente illeggibile per i normali cittadini. Certi punti importanti come la definizione dei SIEG (Servizio di Interesse Economico Generale) non appaiono nel testo.

Va notata l’assenza di elenco dei campi nei quali ciascuna istituzione può creare il diritto. Non si trova così, da nessuna parte, l’elenco dei campi nei quali il Parlamento europeo non ha diritto di legiferare. Altri articoli importanti, come l’articolo I-33 che istituisce gli “atti non legislativi”, (regolamenti e decisioni) che permettono ad una Commissione, non eletta, di creare senza controllo parlamentare delle norme altrettanto costrittive delle leggi, non sono accompagnati da un elenco controllabile. Questa lunghezza e questa complessità impediscono ogni critica per i comuni mortali. Una Costituzione è la legge fondamentale, è “il diritto del diritto”, deve potere essere letta da tutti, per essere approvata o respinta con cognizione di causa. Secondo principio del diritto costituzionale: una Costituzione non impone una politica o un’altra, permette il dibattito politico senza imporne le conclusioni. Una Costituzione democratica non è di destra o di sinistra, non è socialista o liberale, una Costituzione non è partigiana: rende possibile il dibattito politico, è sottostante e precedente al dibattito politico. Al contrario, il TCE, oltre a fissare le regole del gioco politico, fissa una volta per tutte il gioco stesso.

In particolare questo testo conferma che l’Europa si priva da sola delle tre principali leve economiche che permettono a tutti gli Stati del mondo di governare. Nessuna politica monetaria: siamo i soli al mondo ad avere reso la nostra banca centrale totalmente indipendente, con in più, come missione principale, costituzionale, intangibile, la lotta contro l’inflazione e non per l’occupazione o per la crescita. Non viene accordato nessuno strumento ai poteri politici per modificare queste finalità. Nessuna politica industriale: l’interdizione di ogni ostacolo alla concorrenza porta con sé l’interdizione di aiutare certi attori nazionali in difficoltà o fragili. È la politica dell’impotenza economica che viene così istituzionalizzata e imposta per molto tempo.

Il progetto di TCE ci priva tutti dell’interesse a riflettere sulle alternative. A che cosa vale continuare il dibattito politico, difatti, dato che ogni alternativa reale è vietata espressamente nel supremo testo? Concretamente, se domani una maggioranza europea volesse cambiare direzione e passare ad un modo di organizzazione non commerciale, più solidale, non potrebbe farlo: occorrerebbe l’unanimità.

Terzo principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica è rivedibile. Tutti i popoli del mondo che vivono in una democrazia possono cambiare il loro patto di governo. Il progetto di TCE è troppo difficilmente rivedibile: per cambiare una virgola a questo testo, occorre prima di tutto l’unanimità dei governi per essere d’accordo su un progetto di revisione, poi ci vuole l’unanimità dei popoli (parlamenti o referendum), per ratificare (questa è detta la procedura di revisione ordinaria). Con 25 Stati, questa procedura di doppia unanimità è una vera garanzia di intangibilità per i sostenitori dell’immobilismo. Concretamente, se una larga maggioranza di europei vuole modificare la legge fondamentale, non potranno farlo.

Questa rigidità eccessiva rasenta un’agilità stupefacente in merito a un’altra procedura che, invece, non richiede l’accordo diretto dei popoli: la procedura di revisione semplificata autorizza uno degli organi dell’unione, il Consiglio dei ministri, a modificare di sua propria iniziativa elementi chiave della Costituzione che condizionino il grado di sovranità conservata dagli Stati membri in tale o tale campo (poiché il passaggio alla maggioranza fa perdere del tutto il diritto di blocco). Si tratta di cosa grave: questa Costituzione è a geometria variabile, ma senza l’avallo diretto dei popoli ad ogni variazione.

Peraltro, nel caso dell’entrata di un nuovo Stato nell’UE, la regola dell’unanimità è una protezione, ma non è l’unanimità dei popoli consultati da referendum ad essere richiesta: è anzitutto l’unanimità dei 25 rappresentanti dei governi (dei quali molti non sono eletti, e dei quali nessuno é eletto con il mandato di decidere su questo punto importante), in seguito l’unanimità degli Stati secondo la loro procedura nazionale di ratifica.

Quarto principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica garantisce contro l’arbitrio assicurando al tempo stesso la separazione dei poteri ed il controllo dei poteri. Anche nel quadro moderno di un’unione di stati, non si vede perché questi principi protettivi del buon senso avrebbero perso il loro valore.

Non è esattamente ciò che è previsto nel progetto di TCE: il Parlamento non h

a affatto l’iniziativa legislativa, cosa già inaccettabile, ed il suo ruolo nel voto del bilancio, anche se aumentato, resta limitato, e soprattutto è escluso dalla deliberazione delle leggi in certi campi, riservati al Consiglio dei Ministri (procedure legislative speciali).

È, in effetti, forse ancora più grave: ho concentrato per molto tempo la mia attenzione sulle leggi (atti legislativi), e sto scoprendo con stupore le “decisioni”, (art. I-33, I-35), “atti non legislativi” molto distinti dai semplici regolamenti. Non c’è niente da ridire sul regolamento che è un testo di applicazione, come i decreti e le ordinanze in Francia, che giustifica un potere normativo limitato conferito tradizionalmente all’esecutivo per fissare velocemente le semplici modalità pratiche dell’applicazione delle leggi. Ma le “decisioni” sono differenti, sono descritte a parte. Le “decisioni” sembrano tanto costrittive quanto le leggi, possono avere una portata generale, ma sembrano più facili da creare delle leggi, meno controllate, (probabilmente dal CJE (Consiglio Generale Europeo) ma non attraverso una discussione parlamentare. Leggendo il testo del TCE, cerco: chi può prendere queste “decisioni” che somigliano a “leggi senza Parlamento?” Il Consiglio europeo (tra capi di stati e di governo), il Consiglio dei ministri e la Commissione (tutti membri dell’esecutivo, a livello nazionale o europeo, e spesso non eletti), e… la Banca Centrale Europea. La BCE ha il potere di prendere da sola delle “decisioni”. E chi la controlla, questa banca centrale?

Abbiamo di fronte un “triangolo” composto dal Parlamento che rappresenta i popoli, dal Consiglio dei Ministri che rappresenta gli Stati, e della Commissione che rappresenta l’interesse generale. La Commissione è principalmente l’emanazione del Consiglio che ne nomina i membri con un riguardo al Parlamento che ne “elegge” anche il suo Presidente (su proposta del Consiglio). La Commissione è totalmente indipendente, non deve ricevere deleghe da nessuno, ma può essere revocata ugualmente dal Parlamento attraverso una mozione di censura e ciascuno dei commissari “può essere licenziato” dal Presidente della Commissione. È la Commissione che è incaricata della preparazione tecnica del diritto e che sottomette le sue proposte al Consiglio dei Ministri ed al Parlamento, presentati come due organi legislativi. Si presenta il Consiglio dei Ministri come una “camera alta” che sosterrebbe il ruolo del Senato dunque, ma è inaccettabile: anzitutto, i ministri non sono eletti, ma soprattutto, detengono nel loro paese il potere esecutivo, ovvero la forza che permetterà loro, tornando nel loro paese, di applicare le regole che hanno loro stessi elaborate. Sono dunque le stesse persone che creano il diritto a livello europeo e che l’applicano a livello nazionale (una volta trasferito): c’è dunque qui un’evidente confusione dei poteri.

Il Consiglio dei ministri è un organo chiaramente legato all’esecutivo a cui si è confidato un ruolo legislativo. Con la non separazione dei poteri, è un importante bastione contro l’arbitrio che viene a mancare. Inoltre, questa co-decisione sparisce quando il Parlamento è messo decisamente da parte su una serie di argomenti dove i Consigli, la Commissione ed la BCE creano il diritto da soli, (come guarda caso lo sono campi economici importanti), (Art. III-130-3: mercato interno ed Art. III-163 ed III-165: regole della concorrenza). E’ questo ad essere scioccante perché, su questi argomenti, non ci sono quasi più contro-poteri: la Commissione (che detiene spesso l’iniziativa) può essere considerata come una vera forza capace di interporsi in caso di deriva arbitraria dei Consigli (ai quali è così vicina)? Sembra dunque esserci un vero problema democratico in tutti i campi tolti al Parlamento: né separazione, né controllo. L’elenco di questi argomenti vietati non esiste da nessuna parte, e questa esclusione del Parlamento da certi campi non è formulata mai chiaramente.

Si vorrebbe sapere anche chi è realmente responsabile dei suoi atti in questa organizzazione europea, perché infine: Il parlamento non è responsabile davanti a nessuno, salvo le elezioni di cui si è detto già che non possono fungere da contro-potere, perché non c’è nessuna procedura di scioglimento. Il Consiglio europeo non è responsabile davanti a nessuno a livello europeo, (e bisogna rivolgersi alla lontana responsabilità nazionale per mettere in discussione, uno ad uno, i suoi membri). Il fatto che sia evidentemente difficile organizzare questa responsabilità, poiché si tratta di capi di stato, non basta a rassicurarci perché il risultato è ugualmente un’irresponsabilità a livello federale. Il Consiglio dei Ministri non è responsabile davanti a nessuno a livello europeo, (ed ancora una volta bisogna rivolgersi alla responsabilità nazionale per mettere in discussione i suoi membri, uno ad uno). Il fatto che anche qui sia evidentemente difficile organizzare questa responsabilità, dato che si tratta di ministri depositari di un’altra sovranità popolare rispetto a quella dell’Europa, non basta neanche qui a rassicurare perché il risultato è ugualmente un’irresponsabilità quando si prendono decisioni. La Corte europea di Giustizia (CJE), non eletta, i cui giudici dipendono direttamente dagli esecutivi che li nominano , è anche essa fuori controllo (parlamentare o dei cittadini), (è spesso questo il caso, ma con giudici veramente indipendenti), e senza ricorso, malgrado i poteri immensi di cui è dotata attraverso l’interpretazione di tutti i testi e l’arbitraggio di tutti i litigi. Democratiche, queste istituzioni? La Banca Centrale europea (BCE), non eletta, assolutamente indipendente dai poteri pubblici, è anche fuori da ogni controllo, dunque irresponsabile, malgrado l’influenza considerevole delle sue decisioni sulla vita quotidiana dei 450 milioni di europei.

Quinto principio di diritto costituzionale: una Costituzione democratica è necessariamente instaurata da un’assemblea indipendente dai poteri in vigore. Una Costituzione non è concessa al popolo dai potenti. È definita dal popolo stesso, o da rappresentanti scelti per questo preciso compito, esattamente per proteggersi dell’arbitrio dei potenti. Al contrario, le istituzioni europee sono state scritte, da oltre mezzo secolo, da politicanti al potere, che sono dunque evidentemente giudici e parti in causa: di destra come sinistra, fissando loro stessi i vincoli che li avrebbero condizionati tutti i giorni, questi responsabili sono stati condotti, è umano ma è anche prevedibile, ad una pericolosa parzialità.

Stabilendo una Costituzione per via di trattato, procedura molto meno costrittiva di una pesante assemblea costituente, (pubblica, con un lungo contraddittorio e convalidata direttamente dal popolo), i parlamenti e governi, di destra come sinistra, hanno fatto come facevano i proprietari della sovranità popolare, e questo trattato, come i precedenti, può essere analizzato come un abuso di potere: i nostri eletti, tutti i nostri eletti, non hanno ricevuto il mandato di abdicare alla nostra sovranità. Appartiene al popolo, direttamente, controllare che le condizioni di questo trasferimento, (a mio avviso augurabile per costruire una Europa forte e pacificata), siano accettabili.

L’unica via credibile per creare un testo fondamentale equilibrato e protettivo è un’Assemblea costituente, indipendente dai poteri in vigore, eletta per elaborare una Costituzione, e solo questo, revocata subito dopo, rispettando una procedura molto trasparente e in contraddittorio. Questo disprezzo dei popoli e delle loro scelte reali è molto rivelatore del pericolo che cresce nella più grande discrezione: le nostre élite, di destra come di sinistra, diffidano della democrazia e ce ne privano deliberatamente, progressivamente ed insidiosamente.

Per ottimismo, per credulità, per indifferenza, per ignoranza, i popoli moderni lasciano indebolire i loro beni più preziosi, molto rari su questo pianeta, quelli che condizionano la loro serenità quotidiana. Questo “trattato costituzionale” mette in luce ciò che si decide da molto senza la volontà dei popoli. Esaltando la libertà come un valore superiore, invece della fraternità, istituzionalizzando la competizione, la concorrenza, al posto della collaborazione e l’aiuto reciproco, imponendolo nel testo supremo attraverso il dogma della concorrenza assoluta, e finalmente una morale del “ciascuno per se e contro tutti”, distruggendo la regolamentazione da parte dello Stato, custode dell’interesse generale, per instaurare la regolamentazione per via del mercato, somma di interessi particolari, gli economisti neoliberali attaccano i fondamenti della democrazia per affrancare i principali decisori economici da ogni controllo. La deregolazione sistematica condotta in Europa, (dalle sue istituzioni, dalla sua politica e con il catenaccio di una Costituzione non rivedibile), e più generalmente sulla terra intera (OMC, AGCS, ADPIC) è un arretramento della civiltà, un ritorno verso la barbarie della legge del più forte.

Non voglio che questa gentaglia prezzolata decida della mia sorte. Quale mezzo resta a cittadine e cittadini per resistere a questa confisca della sovranità? C’è una soluzione più pacifica e nonviolenta: un no fermo e risoluto mediante uno sciopero generale ad oltranza. Non abbiamo che da perdere le catene.

Post scriptum

L’Unione Europea è un progetto che nacque per fini di integrazione economica nel 1951, quando il Trattato di Parigi, sottoscritto da Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, istituì la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Nel 1957 gli stessi sei Stati, con il Trattato di Roma, istituirono la CEE, Comunità Economica Europea.

Col tempo l’integrazione si fece sempre più stretta, allargandosi alla sfera politica. Fu così che il 7 febbraio 1992 gli Stati facenti parte della CEE (nel frattempo erano entrati Danimarca, Grecia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna) firmarono il Trattato di Maastricht che, a decorrere dal 1993, istituiva l’Unione Europea. Il primo gennaio 1999 entrò in vigore l’Euro.

L’11 dicembre 2000 il Consiglio europeo approvò il Trattato di Nizza e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Al vertice di Laeken del 14 e 15 dicembre 2001 nacque la Convenzione europea, un organismo incaricato di redigere una bozza di costituzione. La Convenzione terminò i suoi lavori nel luglio 2003.

La Costituzione europea fu firmata dagli Stati membri dell’Unione il 29 ottobre 2004, con la sottoscrizione del Trattato di Roma. La sua entrata in vigore era subordinata alla ratifica parlamentare o elettorale da parte di tutti gli Stati membri, ma la bocciatura subìta nei referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi l’anno successivo bloccarono il processo di approvazione. Il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, ha semplificato il testo della Costituzione che, dopo alterne fortune nell’iter di approvazione da parte dei diversi paesi europei, è definitivamente entrato in vigore l’1 dicembre 2009.

Attualmente gli Stati che fanno parte dell’Unione Europea sono 27: nel corso degli anni si sono ulteriormente aggiunti Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Ungheria.

riferimenti:
http://europa.eu/scadplus/constitution/index_it.htm

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;ELX_SESSIONID=3jVWTqzf248YKQNQFTZlLBYBDTS04cGxxGJR1hrymxQlQKRmvdvX!-905312744?uri=OJ:C:2004:310:TOC

http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Europea/Domande_trattato_Lisbona.htm

http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/europa/notizia_20082.html_1254910883.html

http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2005;57

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http://ue.eu.int/igcpdf/it/04/cg00/cg00087.it04.pdf

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:C:2004:310:FULL&from=IT

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=eurogendfor

Gianni Lannes, IL GRANDE FRATELLO. STRATEGIE DEL DOMINIO, Draco edizioni, Modena, 2012.

Ripreso da: SU LA TESTA! di Gianni Lannes

COLONIA ITALIA

di Gianni Lannes
Ho ascoltato con interesse l’intervista rilasciata recentemente da Beppe Grillo alla rete televisiva Class Cnbc. Mi ha colpito l’affermazione sulla difesa odierna del patrimonio italiano. Allora, è il caso di compiere qualche passo a ritroso nel tempo. Così magari a più di qualcuno, compreso Grillo potrebbe tornare d’incanto la memoria. In questa storia del Britannia, vale a dire come spartirsi il patrimonio italiano,  entrano in servizio diversi camerieri italiani: Amato, Ciampi, Prodi, Draghi ed altri.

Più di tutto: era stato appena assassinato – per volontà istituzionale e manovalanza mafiosa sotto la supervisione del Sisde (il servizio segreto civile) – il magistratoGiovanni Falcone, sua moglie e l’intera scorta di Polizia. Medesima sorte, ricordiamolo, toccherà qualche mese più tardi anche al giudice Paolo Borsellinoed alla scorta. Cosa avevano scoperto Falcone e Borsellino? Altro che Cosa Nostra. Lo Stato italiano, anzi alcuni Stati sono la quintessenza della mafia. Nel ’92 si registra il passaggio di consegna dal governo Andreotti(prescritto dalla Cassazione per mafia, comunque in accordo affaristico-elettorale con Cosa Nostra) al governo Amato (quel privilegiato ora lautamente pensionato che mise nottetempo le mani sui conti correnti del popolo italiano, ed ora si accinge a diventare Presidente della Repubblica).

Allora il governo in carica cosa ha fatto a quel tempo? Offre la possibilità agli squali della finanza anglo-americana ed al governo inglese attraverso la reginaElisabetta Windsor (mafiosa di prim’ordine), di mettere le mani sui gioielli italiani. Che strana coincidenza: scoppia “Mani pulite” e certuni fanno improvvisa carriera politica, mentre altri salgono sulla scena mediatica. Ora Grillo può anche giocare a fare il dittatorello italiota, ma non può alterare la storia. Dovrebbe farsi quantomeno istruire un po’, prima di sfiorare argomenti più grandi di lui, con cui non ha alcuna dimestichezza.  La maggioranza non è grullina. Ragionier Grillo ha partecipato alla riunione del Britannia il 2 giugno 1992?

In Parlamento giacciono inevase dal 1993 una dozzina di interrogazioni sul caso del Britannia.Anche gli ultimi atti in materia presentati dal senatore Elio Lannutti al governo Berlusconi e infine Monti, non hanno mai ricevuto la benché minima risposta. Chissà perché?

Anno 1997 (premessa) – E’ in atto nello Zaire un vero e proprio genocidio della popolazione Hutu rifugiata nelle regioni del Kivu e dello Shaba, che sta portando alla disintegrazione di quello Stato e potrebbe determinare nell’intero continente africano una serie interminabile di guerre di sterminio; anche a seguito delle denunce dell’ambasciatore americano all’Onu, Bill Richardson, delle informazioni in possesso del ministro degli affari esteri tedesco, Klaus Kinkel, riferite ai ministri degli affari esteri dell’Unione europea riuniti a Lussemburgo il 2 giugno 1997, delle denunce del Commissario europeo per gli aiuti umanitari, Emma Bonino, dell’ex ministro francese per la cooperazione, Jacque Godfrain, di padre Giulio Albanese, missionario comboniano; delle rivelazioni comparse sui principali quotidiani europei tra cui La Stampa, Le Figaro e il Times, nonché dei servizi della televisione tedesca e della stampa inglese e americana, c’è il fondato sospetto che le popolazioni Hutu residenti nella regione dei Grandi Laghi siano vittime di una guerra di spopolamento, fomentata da un “cartello mondiale delle materie prime” al cui servizio opererebbero spietati mercenari.

L’obiettivo di questa operazione di spopolamento sarebbe quello di dissolvere gli Stati nazionali africani per procedere, attraverso la ricolonizzazione del continente africano, alla realizzazione di nuove forme di controllo delle risorse naturali, promuovendo l’ascesa al potere di nuovi “signori della guerra”; tutto ciò allo scopo di impadronirsi, prima che arrivi il temuto crollo dei mercati finanziari, di una quantità strategicamente decisiva di risorse racchiuse in alcuni tra i giacimenti minerari più ricchi al mondo.

La cronista Elisabeth Tusubira ha riportato, sulle pagine del periodico The Shariat del 4 aprile 1997, alcune inquietanti dichiarazioni nelle quali Musuveni avrebbe proposto di mettere insieme tutti gli Stati dell’Africa “come Hitler ha messo insieme la Germania”. Il 17 gennaio 1997 il Times ha pubblicato un articolo dove si traccia uno scenario inquietante, nel quale il generale Musuveni sarebbe al centro di un gruppo di cui farebbero parte Paul Kagame, ministro della difesa del Ruanda, il presidente dell’Eritrea, Jsaias Afewerki, e il presidente dell’Etiopia, Meles Zenawi, tutti ex guerriglieri marxisti, che, con la tacita approvazione dell’Inghilterra, potrebbero spingere per far sì che la guerra civile in Sudan porti al rovesciamento del regime di Khartoum. Il 16 gennaio 1997 il dittatore ugandese Musuveni si è recato a Londra per incontrare il ministro della difesa Malcom Rifkind e la baronessa Lynda Chalker, titolare dell’Overseas Development Ministry, che nel dicembre 1996, prima dell’invasione, si era recata in visita in Etiopia; a Londra, Musuveni ha partecipato alla Conferenza della “Dichtley foundation”, un organismo dell’élite inglese molto vicino, sembra, al Royal institute for international affair. Il 19 gennaio 1997 il quotidiano Sunday Telegraph ha rivolto a Musuveni, mentre si trova a Londra, un inequivocabile messaggio, narrando la storia dell’ex dittatore dell’Uganda Kabaga finito in esilio e in povertà a Londra a soli quarantacinque anni; lo Zaire si sta già smembrando: le province più ricche, come lo Shaba e il Kivu, sono state spinte a costituirsi in microstati separati. Il 21 settembre 1996 l’impresa mineraria canadese Bauro resources corp. ottiene la concessione per estrarre l’oro in una località nei pressi della città di Bakavu, ma le operazioni di scavo sono intralciate da un campo profughi ruandesi con un milione di persone. Ad ottobre le truppe d’invasione ugandesi aprono il fuoco sui rifugiati. Dopo il massacro, l’impresa belga Miner D’Or du Zaire (MDDZ) e la Bauro corp. acquistano il controllo della Sominki, la compagnia di Stato zairota, che dispone di sei impianti idroelettrici, diverse piste aeroportuali e mille chilometri di strade.

MULTINAZIONALI DEL CRIMINE – La Bauro e la MDDZ sono entrambe controllate dal gigante minerario Anglo-American Corporation che possiede oltre milleseicento imprese ed è la principale produttrice mondiale di oro, platino e diamanti; la maggior parte delle risorse minerarie dello Zaire sono proprietà dello Stato e il presidente Mubutu Sese Seko ha sempre resistito dal vendere agli stranieri fino a quando, con sette anni di embargo creditizio e tecnologico culminato con la chiusura del credito da parte del Fmi e della Banca Mondiale, con la conseguente svalutazione della moneta e il crollo della produzione mineraria, non ne ha potuto più fare a meno. Nell’agosto 1996, alla vigilia dell’invasione da parte dell’Uganda dello Zaire, Mubutu ha concesso alla multinazionale canadese Barrick Gold i diritti di estrazione dell’oro nelle province nord-orientali dello Zaire per una estensione di ottantatré mila metri quadrati e alla “Consolidated Eurocan” lo sfruttamento di rame e cobalto nella provincia di Shaba. Il 9 maggio, dieci giorni prima di autoproclamarsi “presidente”, Laurent Kabila ha incontrato a Lumbumbashi un gruppo di finanzieri che curano gli interessi di un certo numero di grandi compagnie, principalmente inglesi e canadesi. Detto incontro è stato organizzato dalla compagnia mineraria canadese American Mineral Fields (AMF) di Toronto, presieduta da Jean-Raymond Bulle.
Negli anni sessanta Bulle ha curato le attività di ricerca di giacimenti di diamanti della DeBeers in Zaire. Oggi è socio in affari della Anglo-American Corporation e di Tony Buckingam, dirigente della Executive Out-comes, impresa che gestisce gruppi di mercenari in Africa. Tra i partecipanti al convegno del 9 maggio spiccano: la Bunting Warburg, divisione della Swiss Banking Corporation Warburg di Toronto; la finanziaria Goldman Sachs di Wall Street, di cui il Presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi è stato senior adviser; laValue Investing Partners, fondo di investimento londinese.
La Deutsche Morgan Grenfell,  ha rappresentato il conglomerato minerario e commerciale inglese Lonhro nei negoziati per la fusione della Johannesburg Consolidated Investment e la Anglo American Corporation; la Canadian Bank of Commerce Wood Gundy (CBC-Gundy), tra i cui direttori figuraConrad Black, della Holliger Corporation; la Marathon Securities,finanziaria canadese. La Yorktown Securities, finanziaria canadese, la Nile International del North Carolina, la Breco International, inglese, la National Securities (inglese), la Northern Mining, canadese, la multinazionale agro-alimentare “Unilever” (di cui il Presidente del Consiglio dei ministri Prodi è stato consulente) è legata alla “Rio Tinto Zinc (RTZ)”.
Esiste un solido legame diretto tra la “Unilever” e la “Rio Tinto Zinc (RTZ)” (la seconda produttrice mondiale di materie prime dopo la Anglo-American); infattiSir John Berek Birkin, presidente della RTZ, siede nel consiglio di amministrazione della Unilever, che in Africa centrale, attraverso la multinazionale canadese della birra Heineken, sua concessionaria, impiega un quinto del totale degli occupati. Solo in Ruanda e Burundi, la Heineken produce “la birra per i neri” e occupa duemilacinquecento addetti, tutti Tutsi naturalmente;

In uno studio (Eurotopia) pubblicato nel 1992 da Alfred H. Heineken, presidente della multinazionale della birra, concessionaria per l’Africa centrale della Unilever, si proponeva la dissoluzione degli Stati nazionali, ritenuti “invenzioni artificiali” e la divisione dell’Europa in ministati organizzati secondo criteri etnico-razziali popolati da cinque a dieci milioni di abitanti.  

Appare quantomeno fondato il sospetto che il genocidio nello Zaire sia in qualche modo collegato al cartello mondiale delle materie prime, controllato dalle grandi multinazionali, che puntano alla distruzione degli Stati nazionali per essere facilitate nella realizzazione di un monopolio delle materie prime fondamentali; tale strategia si accompagna al progetto di acquisire le privatizzazioni delle imprese pubbliche a prezzi stracciati, mediante processi di svalutazione delle monete nazionali.
Nel business delle privatizzazioni spicca per attivismo e dedizione la banca londinese N.M. Rotschild & Son Ltd., tra i promotori del convegno svoltosi il 2 giugno 1992 (nel Mar Tirreno) a bordo dello yacht Britanniadi proprietà della Corona britannica, nel corso del quale esponenti dell’oligarchia finanziaria inglese, tra cui la Warburg, presente anche alla già menzionata riunione del 9 maggio con Kabila, si incontrarono con alti esponenti del Governo, della burocrazia italiana e delle imprese a partecipazioni statali. In quella occasione il Britannia fu gentilmente messo a disposizione dalla Corona inglese al British Invisibles (BI), ente privato che ha per scopo di curare nel mondo gli interessi della City di Londra su privatizzazioni, globalizzazione e finanze derivate. Detto ente ha avuto tra i suoi più autorevoli consiglieri sir Derek Thomas, ex ambasciatore britannico a Roma, che lasciò l’incarico nel settembre 1992 quando la lira, aggredita dalla speculazione orchestrata da Soros, venne svalutata del trenta per cento; Soros è titolare del fondo Quantum Fund (QF), registrato nelle Antille Oladesi, il cui consigliere è Richard Katz, che è stato uno dei direttori della Banca N.M. Rotschild di Londra ed è stato, come sir Derek Thomas, direttore della Rotschild Italia.
Il Governo italiano chiamato in causa con atti istituzionali (interrogazioni ed interpellanze) a più riprese da alcuni parlamentari non ha mai fornito chiarimenti su tali fatti, circostanze e inquietanti coincidenze. Magari anche solo al l fine di promuovere una forte azione politica per impedire che gli interessi dei grandi oligopoli finissero per determinare le scelte di politica internazionale, decretando la divisione e l’estinzione di Stati nazionali, la crisi economico-produttiva di interi paesi, l’esplosione di terribili guerre etnico-razziali e di sanguinose guerre civili, nonché l’impoverimento di nazioni depredate dei loro patrimoni opportunamente “privatizzati”.
IERI:
OGGI:

Fonte: Su La Testa! di Gianni Lannes 

BERSANI: PRESCELTO DAL SISTEMA DI POTERE

di Gianni Lannes
Il risultato era prestabilito e noto da tempo. La seconda fase della farsa è denominata “terza repubblica”, o meglio, repubblichetta dell’Italietta. Come da copione prima si aggiudica le primarie del partito democratico (scimmiottamento di un’americanata) e vince ora (si fa per dire, sic!), di stretta misura, un soggetto fresco di politica. Presidente della Regione Emilia-Romagna tra il 1993 e il 1996, è stato Ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato nei governi Prodi I e D’Alema I, Ministro dei Trasporti e della Navigazione nei governi D’Alema II e Amato II, Ministro dello Sviluppo Economico nel governo Prodi II.
Bersani è noto per un essere un convinto nuclearista, favorevole agli inceneritori di rifiuti, ma più di tutto (come tutti gli altri del resto), un fedele servitore degli interessi del governo nord-americano.
Tant’è che il 13 novembre 2007 il Governo Italiano, con Bersani, allora Ministro dello Sviluppo Economico, rinnovò un accordo bilaterale di partnership con gli Stati Uniti per «lo scambio di informazioni sulla tecnologia energetica relative a vari settori energetici, quali l’energia da carbone pulito, idrogeno, l’energia nucleare, la bioenergia e altre scienze energetiche fondamentali», della durata di cinque anni. Firmatario da parte degli Stati Unitid’America fu il Segretario USA all’Energia Samuel Wright Bodman. Secondo il prossimo primo ministro «il risultato del Referendum (nota: sul nucleare del 1987) non esclude l’Italia dalla ricerca sulla generazione di energia nucleare, l’ha solo sospesa». Ecco uno stralcio del cablogramma inviato dall’ Ambasciatore americanoRonald Spogli (il diplomatico che ha adottato Beppe Grillo nel 2008) al dipartimento di Stato USA, nel quale cita alcune frasi pronunciate dall’ex ministro Bersani: «Il risultato del Referendum non esclude l’Italia dalla generazione di energia nucleare, l’ha solo sospesa e questa partneship può giocare un ruolo importante nel modificare gli atteggiamenti italiani nei confronti dell’energia nucleare».
L’ex presidente nazionale di Legambiente Roberto della Seta, sapeva dell’accordo per il ritorno al nucleare in Italia, ma rimase in silenzio e, successivamente nelle elezioni politiche del 2008, venne ricompensato con un comodo scranno al Senato della Repubblica.
Un lancio Ansa del 4 ottobre 2007 attesta: Il ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani ha scritto una lettera a quello della Salute Livia Turco e al guardasigilli Clemente Mastella per chiedere un’indagine sulla Federazione regionale Emilia Romagna degli Ordini dei Medici chirurghi, che il 10 settembre aveva chiesto ai presidenti di provincia e ai sindaci della regione ‘di non procedere alla concessione di nulla osta alla costruzione di nuovi termovalorizzatori-inceneritori. Ne dà notizia lo stesso ministero con un comunicato. «Sottopongo scrive Bersani nella sua missiva alla vostra valutazione, in qualità di Ministri vigilanti, l’apprezzamento se l’iniziativa in esame possa costituire un inammissibile sviamento dalle finalità istituzionali e, comunque, dagli ambiti di attività consentiti dalla legge, ai fini dell’eventuale adozione di tutte le misure ritenute necessarie, anche non solo disciplinari, nei confronti dei responsabili.Appare, infatti, evidente la netta differenza fra la legittima libera manifestazione del pensiero di uno o più professionisti, anche riuniti e la richiesta in esame, proveniente da una Federazione di Enti pubblici (gli Ordini) – prosegue il ministro – vestiti dell’autorevolezza derivante dalla vigilanza nell’esercizio della professione sanitaria, e suscettibile di paralizzare l’attività di altri Enti pubblici rappresentativi, questi ultimi, delle Comunità locali secondo il principio democratico sancito dalla Costituzione. La nota, che non riporta nessuna motivazione sostanziale – sottolinea ancora Bersani – non appare suffragata da alcun fondamento tecnico-scientifico riconosciuto, atteso che la realizzazione degli impianti in esame e il loro funzionamento sono disciplinati dalle norme comunitarie e nazionali di tutela della salute e dell’ambiente. La descritta richiesta – prosegue il Ministro nella lettera – prescindendo dal merito, esorbita totalmente, comunque, dall’ambito delle attribuzioni degli ordini professionali di cui la suddetta Federazione regionale è espressione ed appare ultronea anche rispetto alle iniziative di prevenzione menzionate nell’articolo 5 del codice deontologico della Federazione nazionale dei medesimi ordini. La medesima richiesta – sottolinea Bersani – appare altresì suscettibile di procurare un grave allarme nella popolazione interessata di ostacolare gravemente il legittimo esercizio delle competenze amministrative di una vasta pluralità di enti pubblici locali».
Dopo i medici inglesi, la società medica internazionale ISDE, gli oncologi francesi, l’Ordine dei Medici di Modena e di Ferrara (che hanno anche presentato esposti alla magistratura contro l’inceneritore nelle loro città) e un elenco interminabile di uomini di scienza, l’intera Federazione degli Ordini dei Medici dell’Emilia Romagna ha inviato qualche giorno fa una lettera ad oltre una sessantina di amministratori della Regione e poi sindaci, assessori e presidenti di province di Ravenna, Reggio, Piacenza, Rimini, Forlì-Cesena, Ferrara, Bologna, Parma in cui “si richiede a tutti i referenti di non procedere alla concessione del nulla osta alla costruzione di nuovi termovalorizzatori-inceneritori”.
E allora il ministro Bersani, che di business di questo tipo se ne intende, chiama a raccolta i colleghi Turco (ministro della Salute) e Mastella (ministro della Giustizia ed esperto nell’imbavagliare chi mette i bastoni tra le ruote) inviando loro una lettera per segnalare il “grave episodio” della presa di posizione dell’Ordine dei medici dell’Emilia Romagna. Una lettera in cui Bersani chiede ai due ministri di valutare la possibilità di intervenire con “tutte le misure necessarie” per sanzionare i responsabili che rischiano di “procurare un grave allarme nella popolazione interessata e di ostacolare gravemente il legittimo esercizio delle competenze amministrative di una vasta pluralità di enti pubblici locali”.
Come ha scritto Stefano Montanari in una lettera aperta a Bersani: «In una trasversalità assoluta, i vari personaggi che si sono succeduti dal parlamento alle regioni alle province ai comuni, passando per istituzioni di controllo dell’ambiente e di ricerca e didattica di cui personalmente provo vergogna in qualità d’italiano, si sono trovati tutti in ecumenico accordo per spartirsi la torta dolce e grassa dell’immondizia. E chiunque fosse d’intralcio all’assalto alla diligenza doveva essere annientato. Così, ora è stato il turno suo ad entrare alla ribalta, caro signor ministro, e il turno suo prevedeva d’insultare i medici i quali, glielo ricordo, hanno prestato un giuramento secondo cui ogni loro azione deve essere improntata alla salvaguardia della salute. È per fedeltà a quel giuramento che vari Ordini stanno denunciando lo scempio che voi state perpetrando ai danni della comunità, solo per onesta fedeltà, visto che loro non sono coinvolti nella spartizione del bottino. Ma lei non si limita ad insultarli: li minaccia pure e, mendicando la complicità della Turco e di Mastella, li vuole dovutamente imbavagliati, così come qualche suo onorevole compagno di merende vuole imbavagliato qualche fastidioso e imbarazzante magistrato. Procurano allarme quei medici, lei strilla. Certo, ai ladri che entrano in casa non può far piacere che lì ci sia un allarme in funzione. Se poi i ladri non hanno scrupoli a trasformarsi in assassini, la faccenda si fa più delicata. Vuole vedere, signor ministro, di che cosa parlo? Si faccia forza: venga a trovarmi in laboratorio e le mostrerò qualche foto scelta fra quelle che provocano svenimenti ai suoi colleghi e scandalo agli “scienziati” in vendita di cui tutta la vostra casta si serve, una casta diventata una cappa dal peso insostenibile».
Si può anche arrivare a sfidare logica e buonsenso ed a negare l’evidenza, quando si ha l’appoggio di scienziati e ricercatori compiacenti stipendiati appositamente. Gli altri possono essere sempre imbavagliati: ostacolandone le ricerche e tagliandoli fuori dai circuiti divulgativi, affidati a gente come il conduttore di Gaia (opinionista del quotidiano La Stampa), tale Mario Tozzistipendiato da Hera (vedi anche Caviro), la multiutility che realizza gli inceneritori e ha monopolizzato i rifiuti in Emilia Romagna.
Rincarano la dose (il 7 ottobre 2007) i primi firmatari di un appello pubblico, Patrizia Gentilini, onco-ematologo, Ruggero Ridolfi, oncologo, Ernesto Burgio, pediatra e Francesca Cigala, psichiatra: «La durissima presa di posizione del ministro Bersani nei confronti della Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri dell’Emilia Romagna – con cui minaccia ispezioni e sanzioni disciplinari nei confronti di Ordini Professionali “rei” di avere chiesto una moratoria sugli impianti di termovalorizzazione/incenerimento della regione – ci lascia non solo attoniti ed indignati, ma si presta ad alcune considerazioni e riflessioni di carattere più generale che vorremmo qui esporre».
Insomma, Bersani, è uno che ci tiene alla salute economica degli inquinatori. Non dimentichiamo che Bersani in qualità di ministro ha varato il cip 6 (contributo sulla bolletta elettrica per gli inceneritori), spalanco la strada ai finanziamenti alle energie rinnovabili in favore eco-furbi e mafiosi.
 E poi le recenti accuse pubbliche di Antonio Di Pietro: «Bersani è stato comprato dai Riva per 98 mila euro». Il clan Riva è padrone dell’Ilva, regalata per un piatto di lenticchie da Romano Prodi. Enrico Letta (il vice segretario del Pd, oggi pomeriggio in tv, al tg 3 con la Berlinguer, ripete come un mantra “le riforme costituzionali). Lo stesso Letta è un affiliato al famigerato Gruppo occulto di potere, noto come Bilderberg, nonché alla Trilaterale e ad Aspen. Tutto torna, anche Grillo & Casaleggio.
 
Con una maggioranza risicatissima e traballante con chi stringerà alleanze mister Bersani? Scontato: con Monti e Grillo. Lo zio Sam ha previsto tutto: un’Italia allo sbaraglio per controllarla meglio. Adesso, però, non vi lamentate.

BERLUSCONI: NON CANDIDABILE PER LEGGE

di Gianni Lannes

Amnesie? Vediamo se a qualcuno torna la memoria, perché non si salva nessuno. Come recita il vecchio adagio? Il più pulito ha la rogna. Come può un faccendiere che ha fatto fortuna con i soldi insanguinati delle mafie (alla voce Edilnord) usando prestanomi, invischiato con la partitocrazia il cui nome ricorreva nelle agende del giornalista Mino Pecorelli (assassinato nel 1979) candidarsi ed essere eletto presidente del consiglio dei ministri? Per capire il presente bisogna guardare al passato, osservando le complici omissioni della finta opposizione di centro sinistra che ha avuto il suo tornaconto politico ed economico.
Il 23 ottobre 1990 la Corte di Appello di Venezia (presidente G. Battista Stigliano Messuti, consigliere Luigi Nunziante, consigliere relatore Luigi Lanza), dichiara Silvio Berlusconi colpevole del reato di falsa testimonianza, per aver mentito in tribunale e sotto giuramento circa la data della sua affiliazione alla loggia massonica segreta di Licio Gelli (protetta e finanziata dal governo di Washington). Il piduista (tessera numero 1816) riesce a scansare la condanna penale solo grazie ad una provvidenziale amnistia varata in un amen dal governo di Giulio Andreotti (in seguito riconosciuto dalla Cassazione organico a Cosa Nostra, anche se il reato è stato prescritto). Forse vittime della disinformazione da censura preventiva, nessun organo di informazione – né giornali né radio televisione, riferiscono la clamorosa notizia della sentenza. Nemmeno il quotidiano L’Unità(in stato di pre-fallimento economico nonostante gli ingenti finanziamenti pubblici) cita la vicenda.
Fila via un anno ed il nome di Silvio Berlusconi viene attenzionato dalla Polizia elvetica. Si tratta di un’inchiesta giudiziaria sul riciclaggio internazionale di capitali sporchi. In un rapporto della Polizia del Canton Ticino (Bellinzona) risalente al 13 settembre 1991, a firma del comandante della Sezione “Informazioni droga” – inviato ai magistrati Carla Del Ponte e Jacques Oucry – è scritto:
«Per quanto attiene il denaro da riciclare in provenienza dall’Italia (vedi il nostro rapporto 10-6-1991), il medesimo apparterrebbe al clan di Silvio Berlusconi. Già si dispone del codice di chiamata (per il trasferimento del denaro dall’Italia): dovranno unicamente designare una persona di fiducia di tale gruppo».

Questa incredibile notizia in Italia non è mai approdata: è stata inesorabilmente arrestata alla frontiera tricolore. Tra l’altro in quel periodo i debiti della Fininvest ammontavano a circa 5 mila miliardi di lire. Ma non fa niente: la società presieduta da Fedele Confalonieri si prepara nel 1993 al lancio di un luccicante prodotto: il partito di Forza Italia (con un unico padrone, proprio come il Movimento 5 stelle di Grillo).

A gennaio del 1992 va in onda il primo telegiornale di Canale 5 affidato ad Enrico Mentana proveniente dalla Rai. Poi c’è il famigerato incontro a bordo del Britannia, nella quale gli “illuminati” decidono le sorti dell’Italia. Beppe Grillo ne sa niente? Dopo l’arresto il 17 febbraio 1992 di Mario Chiesa a Milano, va in scena Mani Pulite con le consuete soffiate di Cia ed Fbi.
Nel 1992 e nel 1993 – notoriamente – si registra l’ennesima stagione stragistica ad opera di apparati deviati dello Stato, culminata con l’eliminazione di due magistrati di punta: Falcone e Borsellino, e relative scorte di Polizia. A scanso di facili equivoci e dietrologie di terza mano: non c’è stata alcuna trattativa Stato & Mafia, poiché le organizzazioni criminali, come sanno gli addetti ai lavori, sono istituzioni dello stesso Stato, anche se non riconosciute formalmente con un decreto (e ci mancherebbe!). E’ questo il movente della eliminazione dei due giudici più importanti d’Italia, che allora avevano compreso l’infernale meccanismo.
Così il leader socialista Bettino Craxi (dal punto di vista politico e culturale, obiettivamente un gigante di fronte ai nanerottoli odierni sulla scena), identificato dai mass media come il simbolo delle corruttele di tangentopoli si difende in Parlamento. Il 3 luglio 1993, intervenendo alla camera dei Deputati, l’ex segretario del Psi afferma che l’intero sistema dei partiti si basa da decenni sui finanziamenti illeciti e su denaro nero. Craxi chiama in causa oltre a Dc & Psi anche il Pci-Pds: «Il Pds ex Partito comunista era il partito che nel sistema illegale del finanziamento politico godeva di risorse superiori a quelle di tutti gli altri partiti, giacchè si avvaleva non solo di finanziamenti illegali interni, ma anche di cospicui finanziamenti illegali internazionali tramite direttamente il Kgb». Nessuno osa smentirlo. A titolo di esempio documentato Craxi cita la vicenda delle tangenti connesse alla metropolitana milanese, finite nelle casse di tutti i partiti della maggioranza e in quelle dell’ex Partito comunista tramite la «corrente cosiddetta “riformista” facente nazionalmente capo all’on. Giorgio Napolitano, l’ignaro ex presidente della Camera che naturalmente ha sempre detto di non saper nulla di queste vicende milanesi, così come del resto non ha mai saputo nulla di quelle di Napoli (per non parlare di quelle con l’Urss e con l’Est), allora centro di influenza della corrente da lui guidata, come se il coordinatore milanese di questo gruppo, onorevole Gianni Cervetti, militante politico di scuola comunista, tutto d’un pezzo, non lo avesse mai informato o addirittura avesse fatto di queste some una sua propria gestione personale, il che mi pare assolutamente da escludere».
All’inizio del 1994 Berlusconi ufficializza il suo partito e candida se stesso alla guida del governo. Il 10 gennaio Montanelli ed Orlando scrivono una lettera pubblica e si dimettono dal quotidiano il Giornale. Il padrone della Fininvest si presenta, come oggi, all’elettorato con toni messianici: sostiene di essere “il nuovo” dell’antipolitica, l’unto del Signore che farà «un nuovo miracolo italiano» di ricchezza e benessere per tutti, l’imprenditore “self-made man” che vuole salvare la patria minacciata dai post-comunisti. Gli stessi rossi coi quali Silvio ha fatto affari quando erano ancora comunisti: nell’aprile del 1988, infatti, si registra il mega-contratto fra la televisione sovietica e la Fininvest. Qualche collega ricorderà la conferenza stampa a Roma il 4 maggio 1988 di Berlusconi – nella sede della sala stampa estera –  per illustrare i contenuti dell’accordo tra la Fininvest e la tv sovietica, sottoscritto a Mosca il 30 aprile 1988. Silvio Berlsuconi dichiara: «Noi non abbiamo cattivi rapporti col Partito Comunista italiano, e cerchiamo di averne sempre di migliori». E Walter Veltroni cinguetta: «Intendo rivolgere a Berlusconi due complimenti sinceri, di stima … Il primo per la sua capacità di imprenditore che è riuscito ad “inventare” un settore. Il secondo complimento va alla sua capacità di aver imposto, attraverso un alto grado di egemonia, i tempi della decisione politica in un settore così delicato come quello nel quale opera…».
Qualcuno rammenta le televisioni locali del Pci comprate da Berlusconi, secondo la testimonianza  di Primo Greganti? Correva l’autunno dell’anno 1984 quando ebbe luogo l’incontro riservato fra Occhetto & Veltroni e Berlusconi. In seguito, nel gennaio 1985 si consumò il baratto veltroniano con Dc e Psi: via libera in Parlamento al decreto-Berlusconi del governo Craxi, in cambio di Rai 3 al Pci. Poi la porcata della legge Mammì. Il 7 dicembre 1994 la Corte Costituzionale boccia la Mammì definendola “incoerente, irragionevole” e inidonea a garantire il pluralismo in materia televisiva, avendo semplicemente sancito “una situazione in cui di fatto tre reti erano già esercitate dallo stresso soggetto. La posizione di preminenza di un soggetto o di un gruppo privato – sentenziano i giudici costituzionali – comprende la libertà di manifestazione del pensiero di tutti quegli altri soggetti che, non trovandosi a disporre delle potenzialità economiche e tecniche del primo, finirebbero con il vedere progressivamente ridotto l’ambito di esercizio della loro libertà”. La Rai, precisa ancora la Consulta, “non è di per sé sufficiente a bilanciare una posizione dominante nel settore privato”.  La Sentenza numero 420 del 5-7 dicembre 1994 non è stata mai applicata, in barba alle regole basilari di uno Stato di diritto.
Omissioni – Silvio Berlusconi nel 1994, alle vigilia delle elezioni, dimentica di dire – e gli ex comunisti non fanno nulla per ricordarglielo o comunque legalmente ostacolarlo –  che a norma di legge non può candidarsi alle elezioni. L’articolo 10 del DPR 361 del 1957 stabilisce infatti la ineleggibilità di chi «in proprio o in qualità di legale di società o di imprese private risulti vincolato allo Stato per … concessioni amministrative che comportino la osservanza di norme protettive del pubblico interesse». Berlusconi Silvio, appunto, è titolare di concessioni statali televisive.
Ma il centro sinistra, anzi, tutto l’arco parlamentare delle forze politiche finge di non accorgersene. Alcuni cittadini-elettori denunciano il caso.  Il 20 luglio 1994 si riunisce in Parlamento la Giunta per le elezioni, presieduta da Antonio Mazzone (Alleanza nazionale). L’ordine del giorno è il seguente: “l’elezione fuorilegge del deputato Berlusconi”. Con la complicità dell’opposizione ad aria fritta (14 voti  a favore, 4 contrari e 2 astenuti) ben tre ricorsi vengono rigettati e Berlusconi rimane al suo posto. Passa la strampalata tesi che il padrone non è il boss di Arcore, ma la Fininvest.
Il 9 marzo ’94 l’ex comunista Giorgio Napolitano viene eletto presidente della Commissione per il riordino del sistema radiotelevisivo. In un documento processuale del Tribunale di Napoli, a carico del manager berlusconiano Maurizio Japicca, verrà menzionato un dossier sequestrato allo stesso Japicca, nel quale sono indicati politici dei vari partiti ritenuti “vicini” alla Fininvest: e alla voce Pds c’era il nome di Giorgio Napolitano. L’incidente di percorso non avrà come al solito, alcuna conseguenza penale per il futuro Presidente della Repubblica. Cose che possono accadere solo in questa Italietta eterodiretta, a sovranità azzerata ed illegalità conclamata dai politicanti parassiti.
 Poi andrà in scena la Bicamerale fallimentare del duettoBerlusconi & D’Alema (che pubblicherà libri con la Mondadori: ma questa è un’altra storia). A fronte di questi riscontri inequivocabili, si può mai votare il centro sinistra (Pd+Sel, Monti+Casini& Fini l’annesso e connesso Vendola) che non ha mai sciolto il mastodontico conflitto di interessi berlusconiano pur avendo governato il Belpaese? Ancora due fatti ben documentati: a parte la posizione a favore del nucleare e laderegulation in materia di inceneritori di rifiuti, Bersani ha preso 98 mila euro dai Riva, noti inquinatori della Puglia meridionale (alla voce Ilva e poi muori), mentre Nichi Vendola ha ricevuto da don Verzé il premio cedro d’oro concesso unitamente a Silvio Berlusconi. Qualcuno si ricorda l’affare speculativo San Raffaele del Mediterraneo a Taranto? Sanità, cemento e mattoni ben impastati in riva allo Jonio su cui la magistratura dovrebbe far luce. Vendola è lo stesso presidente di regione che violando tutte le leggi in materia ha favorito la Marcegaglia per impiantare in provincia di Foggia un cancrovalorizzatore illegale, su un procedimento amministrativo impiantato da Raffaele Fitto(appena condannato a 4 anni di reclusione dal tribunale di Bari e candidato capolista in Puglia del Pdl). L’ecologista Vendola è “coerente” a modo suo: è lo stesso governatore che ha autorizzato trivellazioni di idrocarburi sulla terraferma e contemporaneamente ha starnazzato di salvaguardia del mare. Stendo un velo pietoso su Ingroia (che non si è dimesso dalla magistratura calpestando la deontologia professionale e ha ammesso di aver fatto un uso politico delle intercettazioni),Giannino, Maroni e Fiore: complessivamente raggiungeranno a stento il 4 per cento, ma non sono alleati. Quanto a Grillo: no grazie, niente di nuovo, abbiamo già troppi prepotenti nello Stivale, e poi il sedicente programma di M5S è una lista delle spesa.

In sintesi, ma più di tutto. Le elezioni sono truccate per due ragioni: la legge elettorale è incostituzionale; il responso finale delle urne è prestabilito. Il sistema di potere ha già deciso chi deve vincere per fregare definitivamente il popolo italiano! Un solo esempio a tale proprosito: il mio ex direttore al settimanale Diario, Enrico Deaglio, aveva   scoperto con una incisiva inchiesta giornalistica, i brogli elettorali a livello nazionale già qualche anno fa, ai tempi del ministro dell’interno Pisanu.

Ergo: è tutto interconnesso e ramificato il nuovo ordine mondiale.

E la farsa continua. Ora spetta al popolo sovrano arrestarla per sempre, se intende guadagnare democrazia, progresso culturale, qualità della vita e giustizia sociale. La libertà va conquistata combattendo sul campo, non sarà mai elargita.

Gandhi è l’esempio.

Craxi su Napolitano:

www.youtube.com/watch?v=g4MhaNBAZN4