Barroso ammette “UE pensata apposta per essere un antidoto ai governi democratici”

Il presidente della Commissione Europea , José Manuel Barroso, è arrivato ad ammetterlo pubblicamente. Quando ho letto le sue dichiarazioni, sono rimasto per quasi 5 minuti senza parole pensando “Ma in che mani siamo finiti?

Ecco le dichiarazioni del Presidente  della Commissione Europea, la più alta e potente carica in Europa che, purtroppo, ci rappresenta nel mondo:

“La ragione per cui abbiamo bisogno dell’Unione europea è proprio perché non è democratica. Lasciati a se stessi , i governi eletti potrebbero arrivare a fare ogni sorta di cosa semplicemente per guadagnare voti.
I governi democratici non hanno sempre ragione, se i governi democratici avessero avuto sempre ragione non avremmo la situazione che abbiamo oggi: le decisioni adottate dalle istituzioni più democratiche del mondo sono spesso molto sbagliate.”

E continua: “Questa è stata, in larga misura, la logica e l’obiettivo principale per l’unificazione europea. I padri fondatori avevano attraversato la Seconda Guerra Mondiale e ne sono usciti con una visione stanca di democrazia. Così hanno deliberatamente progettato un sistema in cui il potere supremo è esercitato da commissari nominati che non hanno bisogno di preoccuparsi dell’opinione pubblica. Essi – i padri fondatori – credevano che il processo democratico a volte ha bisogno di essere guidato, temperato, vincolato.”
Ora sapete che chi parla di democrazia dichiarandosi un sostenitore di questa Unione Europea, stà mentendo. In Europa non esiste nessuna democrazia, decidono 28 “super-commissari” nominati che “non devono preoccuparsi del consenso del popolo”. Noi lo abbiamo sempre sostenuto, ora abbiamo avuto la conferma dai diretti interessati.
Benvenuti in Europa, altro che URSS…
Fonte: The Telegraph
Ancora una volta, Nigel Farage aveva ragione:
“Anni fa la signora Thatcher ha capito che cosa si nascondesse dietro il progetto europeo. Ha capito che l’intento era quello di togliere la democrazia agli Stati nazionali per mettere quel potere in mano a persone che non possono essere chiamate a rispondere di ciò che fanno.”

Fonte: Informati, Italia

Annunci

E’ in arrivo la maxi-tassa per l’Europa: mille euro all’anno per persona per vent’anni L’ultimo mostro targato UE

E’ in arrivo la maxi-tassa per l’Europa: mille euro all’anno per persona per vent’anni

L’ultimo mostro targato UE: il Debt Redemption Fund (Fondo di Redenzione del Debito)

Altro che le buffonate del berluschino fiorentino! Altro che l’altra Europa dei sinistrati dalla vista corta! E’ in arrivo sul binario n° 20 (anni) un trenino carico di tasse targate Europa. Ma come!? E le riduzioni dell’Irpef dell’emulo del Berluska? Roba per le urne, che le cose serie verranno subito dopo.

Di cosa si tratta è presto detto. Tutti avranno notato lo strano silenzio della politica italiana sulFiscal Compact, quasi che se lo fossero scordato, magari con la nascosta speranza di un abbuono dell’ultimo minuto, un po’ come avvenne al momento dell’ingresso nell’eurozona per i famosi parametri di Maastricht.

Ma mentre i politicanti italiani fingono che le priorità siano altre, a Bruxelles c’è chi lavora alacremente per dare al Fiscal Compact una forma attuativa precisa quanto atroce. Anche in questo caso, come in quello dell’italica Spending Review, sono all’opera gli “esperti“: undici tecnocrati di provata fede liberista, guidati dall’ex governatrice della banca centrale austriaca, la signora Gertrude Trumpel-Gugerell. Entro marzo, costoro dovranno presentare al presidente della Commissione UE, Barroso, le proprie proposte operative. Poi arriverà la decisione politica, presumibilmente dopo il voto degli europei che di quel che si sta preparando niente devono sapere, specie se sono cittadini degli stati dell’Europa mediterranea.

Sul lavoro di questi undici taglieggiatori erano già uscite delle indiscrezioni. Ma ora che la scadenza si avvicina i rumors si fanno più precisi. Ed anche la stampa italiana, dopo le balle a iosa sui “successi” di Renzi a Berlino, comincia a scrivere qualcosa. Ha iniziato ieri l’altro Il Foglio, con il titolo «Dare soldi, vedere cammello. L’Ue fruga nelle nostre tasche». Ha proseguito ieri il Corriere della Sera che, quasi a voler bilanciare il trionfalismo filo-governativo, ha titolato: «I nuovi vincoli e quelle illusioni sul “fiscal compact”».

E bravo, per una volta, il titolista del Corriere: sul Fiscal Compact sembra proprio che sia arrivato il momento di abbandonare le illusioni. Naturalmente, per chi ce le aveva. Che non è il nostro caso.

Ma quale sarà la proposta degli undici, una strana squadra di calcio dove l’Italia, quasi fosse estranea al problema, non è neppure rappresentata?  Stando a quanto scrivono i due giornali italiani la proposta sarà incentrata su tre punti: Debt Redemption Fund, Eurobond, Tassa per l’Europa (anche se loro, ovviamente, non la chiameranno così).

Partiamo dal nuovo Fondo che si vorrebbe istituire, Debt Redemption Fund (DRF) secondo i più, European Redemption Fund (ERF) secondo altri, ma il nome non cambia la sostanza. In questo Fondo verrebbero fatti confluire i debiti di ogni Stato che eccedono il 60% in rapporto al pil. Per l’Italia, ad oggi circa 1.100 miliardi di euro.

Oh bella! Che si sia finalmente trovato il modo di mutualizzare il debito, come sperano gli euro-entusiasti e gli euro-speranzosi di centro-sinistra-destra? A farlo credere ci sono pure gli Eurobond, che a quel punto verrebbero emessi per far fronte alla massa del debito cumulata nel nuovo Fondo. Dunque anche i tassi di interesse della quota del debito italiano andrebbero a scendere. Una vera pacchia, se non fosse per la clausola che dovrebbe garantire – inautomatico – l’azzeramento del debito assorbito dal Fondo in un periodo di vent’anni.

Come funzionerebbe questa clausola? Secondo i due giornali citati, con un prelievo diretto da parte del Fondo su una quota delle entrate fiscali di ciascun stato debitore. Così, giusto per non rischiare. Leggere per credere.

Scrive ad esempio Antonio Pilati su Il Foglio: «In realtà l’idea degli esperti è a doppio taglio e la seconda lama fa molto male all’Italia: è infatti previsto che dal gettito fiscale degli stati partecipanti si attui ogni anno un prelievo automatico pari a 1/20 del debito apportato al Fondo. Nel progetto, le risorse raccolte dal fisco nazionale passano in via diretta, tagliando fuori le autorità degli stati debitori, alle casse del Fondo. Si tratta di un passaggio cruciale e drammatico tanto nella sostanza quanto – e ancora di più – nella forma».

E così pure Riccardo Puglisi sul Corriere della Sera: «L’aspetto gravoso per l’Italia è che la commissione sta anche pensando ad un prelievo automatico annuo dalle entrate fiscali di ciascuno stato per un importo pari ad un ventesimo del debito pubblico trasferito al fondo stesso. Il rientro verso il 60 percento avverrebbe in modo meccanico, forse con un eccesso di cessione di sovranità».

«Forse con un eccesso di cessione di sovranità», impagabile Corriere! Adesso non possiamo sapere con esattezza come andrà a finire, ed è probabile che la patata bollente verrà affrontata solo dopo le elezioni europee. Ma la direzione di marcia è chiara. La linea dell’austerity non solo non è cambiata, ma ci si appresta ad un suo drammatico rilancio, del resto in perfetta coerenza con i contenuti del Fiscal Compact, noti ormai da due anni.

Per l’Italia si tratterebbe di un prelievo forzoso – in automatico, appunto – di 55 miliardi di euro all’anno per vent’anni. Cioè, per parafrase lo spaccone di Palazzo Chigi, di mille euro a persona (compresi vecchi e bambini) all’anno, per vent’anni. Per una famiglia media di tre persone, 60mila euro di tasse da versare all’Europa.

Naturalmente si può dubitare che si possa arrivare a tanto. Ma sta di fatto che questa è l’ipotesi sulla quale l’Unione Europea – quella vera, non quella immaginata a forza di Spinelli – sta lavorando. Magari questa ipotesi estrema verrà limata ed abbellita, ma il punto di partenza è questo. E sinceramente non ci sembra neppure così strano, considerata sia la natura oligarchica dell’UE, che il dominio incontrastato della Germania al suo interno.

E’ la logica del sistema dell’euro e della distruzione di ogni sovranità degli stati che in questo sistema sono destinati a soccombere. Tra questi il più importante è l’Italia. E forse sarà proprio nel nostro paese che si svolgerà la battaglia decisiva.

Ma ora, per favore, che nessuno venga a dire che non si conoscono i termini del problema. Il sistema dell’euro, tanto antidemocratico quanto antipopolare, procede imperterrito per la sua strada. Le classi popolari hanno davanti 20 anni (venti) di stenti, miseria e disoccupazione. O ci si batte per il recupero della sovranità nazionale, inclusa quella monetaria, o sarà inutile – peggio, ipocrita – venire a lamentarsi della catastrofe sociale che ci attende.

Lo diciamo ormai da anni, ma il poco encomiabile lavoro degli undici esperti (vedi la scheda in fondo all’articolo per capire chi sono davvero questi taglieggiatori), ha almeno il merito di togliere ogni ragionevole dubbio. Gli eurocrati non si fidano proprio dei singoli stati, dunque basta con i vincoli da rispettare e/o sanzionare. Meglio, molto meglio, mettere direttamente le mani nel gettito fiscale di ogni stato da “redimere”. Questa è la novità. Ed è una novità che si commenta da sola.

PS – Che ieri, in questo quadro, il presidente del consiglio abbia definito anacronistico il parametro del 3% nel rapporto debito/pil può solo far sorridere. Anacronistico? Probabilmente sì, ma per l’UE esattamente nel senso opposto a quel che Renzi vorrebbe. Per lorsignori il vincolo del 3% è acqua fresca, ben presto il Fiscal Compact esigerà vincoli ben più stringenti: questa volta non semplici percentuali, sulle quali magari discutere, bensì denaro sonante attinto direttamente con una ben definita Tassa per l’Europa.

**************************

SCHEDA

Chi sono gli undici taglieggiatori:

Gertrude Tumpel-Gugerell – Ex banchiera centrale austriaca, famosa per le operazioni speculative che misero in difficoltà la banca, è ora nel CdA di Commerzbank.

Agnés Bénassy-Quéré – Economista e docente presso diverse università francesi, ha lavorato al ministero delle finanze di Parigi.

Vitor Bento – Ex banchiere centrale del Portogallo, vicino al Partito Socialdemocratico di quel paese (centrodestra).

Graham Bishop – Consulente finanziario di altissimo livello, ultraliberista della prima ora, è stato membro influente della commissione che, negli anni ’90, preparò il passaggio all’euro.

Claudia Buch – Tedesca su posizioni liberiste. Esperta di mercati finanziari.

Leonardus Lex Hoogduin – Economista olandese, è stato advisor della Banca dei Regolamenti Internazionali.

Jan Mazak – Giudice slovacco. E’ stato avvocato generale presso la Corte europea di giustizia di Lussemburgo.

Belén Romana – Ex direttore del Tesoro spagnolo, attualmente amministratore delegato della Sareb, la “bad bank” cui sono stati conferiti gli asset tossici del settore immobiliare iberico.

Ingrida Simonyte – Ex ministro delle finanze della Lituania

Vesa Vihriala – Membro dell’Associazione degli industriali finlandesi (poteva mancare la Finlandia?), ex advisor di Olli Rehn.

Beatrice Weder di Mauro – Questa economista, che ha lavorato in passato per il Fondo Monetario Internazionale, è oggi nel board della ThyssenKrupp ed in quello di Hoffman-La Roche.

Fonte: Informati, Italia

Si chiama “Jobs act”, ma si traduce “precarietà”

Il governo delle larghe intese in versione televendita ha confezionato la sua offerta, anzi il baratto. Lo smantellamento totale e definitivo del contratto a tempo indeterminato per ottanta euro al mese in più in busta paga. Il predicatore americano con le sue belle slide ha chiarito che per la crescita bisogna rinunciare ai diritti, per la carità alle tutele. Tutto di guadagnato per loro, i padroni, niente di nuovo per noi, se non un’ulteriore passaggio verso una flessibilità sempre più selvaggia del mercato del lavoro. Il Jobs act di Renzi, il new deal del mercato del lavoro, si traduce nell’ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori iniziato con il Pacchetto Treu del 1997 proprio da quello stesso partito che oggi, seppur più “moderno e giovanile”, sta completando il progetto originario: istituzionalizzare la precarietà in nome della crescita, è l’Europa che ce lo chiede, c’era scritto su una slide.

Immediatamente è emerso che Confindustria sia stata la più colpita, a causa della mancanza di ulteriori sgravi fiscali, ma in realtà sulla regolamentazione del “mercato del lavoro” il grande regalo alle imprese e alle cooperative del Ministro Poletti rimane l’unica certezza. Il resto tutto fumo e promesse surreali. Tremonti con la sua finanza creativa in confronto era un dilettante.
Il jobs act si traduce nell’allungamento del contratto a tempo determinato fino a 36 mesi, durante i quali si può essere licenziati in ogni momento (senza la possibilità di ricorrere al giudice salvo per mobbing), e nella “semplificazione” del contratto di apprendistato. L’aumento in busta paga, il rafforzamento dei servizi per il lavoro, il cosiddetto sussidio universale (il Naspi), il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti ed i finanziamenti della Youth Guarantee (i fondi europei per combattere la disoccupazione giovanile), i soldi per le scuole e per il dissesto idrogeologico sono invece tutti rimandati alle commissioni parlamentari per l’approvazione della Delega al Governo. Conoscendo i tempi e gli equilibri della maggioranza in Parlamento significa rimandare l’approvazione delle misure a “tempo indeterminato”, potremmo dire bene in questo caso.
Rispetto alle proposte e dichiarazioni del ministro Poletti, la Fornero sembra una socialdemocratica d’altri tempi! Con il contratto a tempo determinato senza causale fino a 36 mesi (con la Fornero era fermo a 12 e prevedeva una cospicua interruzione tra un rapporto ed un altro) si permette l’assunzione senza una motivazione specifica nell’oggetto del contratto, quindi senza un reale motivo che giustifichi il termine temporale. Il contratto a tempo indeterminato come contratto “prevalente” (diceva la Fornero) va definitivamente in soffitta insieme allo spirito originario delle cooperative rosse, da tempo ricoperte di polvere, da ottimi profitti e dalla repressione nei confronti di chi osa ribellarsi ed organizzarsi per non cedere ai ricatti e allo sfruttamento.
Secondo Poletti la causale che giustificava l’assunzione a termine era un intoppo, un blocco burocratico, un motivo di contenzioso, non un diritto, una garanzia, una tutela. Se prima il termine temporale era un’eccezione dovuta ad esigenze produttive temporanee, oggi diventa la regola. A questa si aggiunge la completa liberalizzazione della proroga dei contratti a termine (che può essere reiterata più volte) all’interno del limite dei tre anni. Ciò significa che si possono stipulare innumerevoli rapporti di lavoro tra le stesse parti senza attendere neanche un giorno da un contratto ad un altro e senza indicarne il motivo. Con la scusa di favorire un unico rapporto rispetto alla giungla prodotta dalla legge Biagi, si individua un “contratto gabbia” che concede mano libera alle imprese e zero tutele ai lavoratori. “Doveva arrivare la svolta del contratto unico a tempo indeterminato – dice Michele Tiraboschi, giuslavorista della Fondazione Marco Biagi, non certo un comunista! – e invece il governo ha approvato il suo esatto contrario con una sostanziale liberalizzazione del contratto di lavoro a termine che oggi copre il 60% degli avviamenti al lavoro. Nel breve periodo la misura è senza dubbio utile per riattivare il mercato del lavoro – ed ecco il comunista! – anche se si pone in piena contraddizione, nel medio e nel lungo periodo, con la filosofia più volte annunciata dal jobs act di sostegno al lavoro di qualità e alla lotta la precariato”.
Altro regalo a Confindustria è la cosiddetta “semplificazione” dell’apprendistato. Si parte dalla diminuzione della retribuzione; non serve poi più il progetto formativo in forma scritta, scompare sia l’obbligo di assumere almeno il 30% degli apprendisti in organico, sia quello di integrare la formazione elargita dall’azienda con quella proposta dalle Regioni. Traduzione: rimangono gli sgravi fiscali e contributivi per chi assume e si esaurisce di fatto la formazione per l’apprendista. Un altro contratto che serve ad ingrossare la precarietà, ma che all’unisono i sindacati confederali, a partire dalla Camusso della Cgil, hanno fatto a gara immediatamente nel riconoscere un salto di qualità nell’intervento di Renzi, che finalmente “mette un po’ di soldi nelle tasche degli italiani”. Salvo accorgersi dopo qualche giorno che le risorse per il contentino degli 80 euro mensili in busta paga potrebbero derivare da un prelievo sulle pensioni e dall’ennesima revisione della spesa pubblica, con un’ulteriore mannaia verso i servizi pubblici, ciò che rimane dello Stato sociale ed un “piano di equiparazione” salariale e contrattuale tra il lavoro pubblico e quello privato, tutto al ribasso.
Se da un lato lo show sembra aver attecchito nei media nazional-popolari, dall’altro ci pensano i fautori e i garanti delle politiche economiche liberiste a riportare con i piedi per terra il Presidente del Consiglio: dal presidente della BCE Draghi al Fondo Monetario Internazionale, passando per il Sole 24 ore di Confindustria, dietro i facili trionfalismi al centro di tutto rimane la crisi sociale ed economica dell’Italia. I conti continuano a non tornare, poiché dalla questione di fondo non si scappa, ossia il problema strutturale del debito pubblico. Infatti nonostante il ridursi del costo per interessi di questi ultimi mesi, il debito pubblico in termini assoluti e in proporzione al Pil continua ad aumentare. Le ricette della Commissione europea rimangono sempre le stesse: riforme del mercato del lavoro, dello Stato sociale e così via. Ed ecco che un giorno Renzi deve fare proclami, presenziare “Porta a porta” e il giorno dopo deve rispondere ai dettami e vincoli di bilancio, al fiscal compact, alle dure leggi che l’economia di mercato impone col supporto della Troika.
L’unica rigidità che rimane indissolubile è che il prezzo da pagare per il risanamento dei conti dello Stato devono pagarlo le classi popolari. Renzi, a differenza dei suoi predecessori, ha ben compreso che la logica dei due tempi (prima il risanamento e poi lo sviluppo) non rende in termini di consenso. Per questo spariglia le carte, preferisce lanciare “riforme” che rimandano allo sviluppo, atte a modificare l’immaginario collettivo, quando poi la realtà rimane intatta insieme alle sue ricette ed effetti sociali, plasticamente rappresentati dalla notizia degli 8.500 esuberi previsti da Unicredit, di cui 5.700 in Italia a causa di un bilancio in rosso di 14 miliardi di euro, a fronte di 2 miliardi di profitti previsti per l’esercizio 2013.
Mentre qualcuno continua ad avere dubbi sulla possibilità che le “annunciazioni” e la flessibilità selvaggia targata Renzi possa essere minimamente di sinistra, le nostre idee e pratiche continuano ad essere legate ad una domanda imprescindibile: come rivoltare questa idea di forza-lavoro “usa e getta” dipendente dall’andamento del mercato globalizzato? Le risposte sono tutte da ricercare all’interno dei conflitti sociali, nei meandri di una classe da ricostruire all’interno delle lotte in grado di mettere in discussione i “diritti del capitale”, contribuire alla costruzione di movimenti sociali e politici per ricominciare a praticare l’esproprio, per riappropriarci di ciò che ci appartiene, strappare un salario minimo, così come un reddito sociale, che non solo ripristini il diritto al lavoro bensì il diritto a scegliersi il lavoro.

Fonte: NoCensura.com

E’ UFFICIALE: L’oligarchia finanziaria vuole distruggere la Russia

Fonte: FINANCIAL TIMES

Un alleato di Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti e l’”oligarchia finanziaria globale” di aver organizzato il rovesciamento violento del potere in Ucraina per “distruggere” la Russia, loro oppositore geopolitico. Vladimir Jakunin, ex-diplomatico e direttore delle Ferrovie Russe, il monopolio delle Ferrovie dello Stato, ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno da decenni intenzione di separare l’Ucraina dalla Russia e sottoporla all’occidente. “Assistiamo al grande gioco geopolitico il cui obiettivo è la distruzione della Russia quale avversario geopolitico degli Stati Uniti e dell’oligarchia finanziaria globale“, ha affermato Jakunin in un’intervista. “Un’analisi della CIA… descrive tre possibili scenari per la situazione geopolitica. Lo scenario più accettabile è quello in cui viene creato un certo governo mondiale, e la realizzazione di tale piano è in linea con il concetto di dominio globale adottato dagli Stati Uniti. L’abbiamo visto in Iraq, Afghanistan, Jugoslavia e  Nord Africa. Oggi i limiti di questa dottrina arrivano in Ucraina.”
Le osservazioni di Jakunin offrono un’idea della mentalità dei sostenitori della linea dura vicini a Putin, mentre il Cremlino reagisce al rovesciamento di Viktor Janukovich, il presidente ucraino pro-Mosca. I suoi commenti rivelano che parte della dirigenza della sicurezza di Putin è ancora scottata dal crollo dell’Unione Sovietica, un evento che Putin ha definito la più grande catastrofe geopolitica del 20° secolo, e teme che la recente rivoluzione in Ucraina miri a trascinare la repubblica ex-sovietica nell’UE e nella NATO. Jakunin si era detto speranzoso verso l’appello di Putin del fine settimana per l’approvazione da parte del Consiglio della Federazione, la camera alta del parlamento, del dispiegamento di truppe russe in Ucraina, dando ai capi occidentali “una doccia fredda”. Questo, ha aggiunto, dovrebbe farli indietreggiare dal sostenere i “combattenti” che, secondo lui, avevano scatenato la sparatoria in piazza Maidan a Kiev, causando decine di morti e che accusa di essere responsabili dell’estromissione di Viktor Janukovich. L’occidente deve ora contribuire a garantire elezioni democratiche in Ucraina per creare “legittimi organi di potere senza la presenza di uomini armati e di fascisti“. Tuttavia, ha aggiunto che il 25 maggio, data fissata per le elezioni presidenziali, è troppo vicino per garantire un vero processo democratico. “Il sangue sull’asfalto non è ancora nemmeno asciutto,” ha detto. “Sarebbe bello se questa doccia fredda che Putin ha fatto ai capi occidentali, intendo i politici statunitensi, avesse effetto e faccia capire che non è decente sporcare con gli stivali la casa di qualcun altro“.


Jakunin ha detto che l’occidente ha sempre rinnegato le rassicurazioni verso Mosca, del 1991, di non aver alcuna intenzione di circondarla ampliando la NATO ai Paesi confinanti con la Russia. Dal crollo dell’Unione Sovietica, i tre Stati baltici hanno aderito all’alleanza così come i Paesi dell’Europa orientale, tra cui Polonia, Bulgaria, Ungheria e Romania, la maggior parte dei quali facevano parte una volta del Patto di Varsavia. “Se si guarda oggettivamente, (l’ex-cancelliere tedesco Helmut) Kohl giurò al (leader sovietico Mikhail) Gorbaciov che l’uscita delle truppe sovietiche dalla Germania non comportava l’avvicinarsi della NATO ai confini della Russia. Ma in realtà tutto ciò che è accaduto è stato l’esatto contrario. “Oggi ho sentito che la NATO intende  raddoppiare il contingente di caccia che pattuglia il territorio degli Stati baltici. Mi sembra abbastanza comico (ma) difatti è patetico e disgustoso”. Washington ancora combatte battaglie da guerra fredda volte a frantumare e castrare la Russia. “Zbigniew Brzezinski (l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti) ha scritto nel 1996 che con l’Ucraina la Russia è una grande potenza e senza di essa non lo è, e non è una nuova idea (negli Stati Uniti). Più di 40 anni fa, quando gli Stati Uniti idearono piani per la distruzione dell’Unione Sovietica, documenti della CIA  dicevano che ciò doveva essere accompagnato dalla separazione dell’Ucraina dalla Russia. Da qualche parte sugli scaffali dei capi della CIA vi sono dossier con questi progetti, che attivano ogni tre anni.
Definendo qualsiasi minaccia di sanzioni “secondaria”, ha detto che la decisione di Putin di chiedere l’approvazione parlamentare del dispiegamento di truppe russe in Ucraina è “assolutamente corretta”. “Da un lato ha creato un equilibrio mostrando al mondo che la Russia non lascia i popoli in difficoltà preda di ladri folli e (in stato di) anarchia, quando praticamente non esistono autorità. D’altra parte, conta assolutamente su ciò quale serio fattore di contenimento di simili idioti. Qui parliamo di persone che hanno avuto una civiltà da quando i popoli scrivono libri di storia”, ha detto riferendosi ai legami tra Rus’ di Kiev, apparsa oltre 1000 anni fa, e lo Stato russo moderno. “La Russia non poteva non reagire. Il presidente non poteva non reagire. I suoi non glielo avrebbero perdonato, per non parlare dell’Ucraina“.

Fonte:  Sons of Malcolm
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tratto da: informarexresistere.fr

Ripreso da: Informati, Italia

Dopo aver voluto la II, adesso gli USA vogliono la III guerra mondiale

Prima che il dollaro collassi…

«C’è l’intento del Pentagono di colpire la Russia prima del collasso planetario del dollaro». In questa chiave Carlo Tia inquadra i drammatici sviluppi che oppongono Mosca e Washington in Ucraina. «Gli scambi tra la Cina e la Russia sono ormai in yuan, fra la Cina e l’Iran in oro», scrive Tia su “Megachip”. «La stessa Cina si sta liberando di circa 50 miliardi di dollari al mese – trasformati in obbligazioni “ricomprate” forzosamente dal Belgio, non si sa esattamente da chi – per sostenere il dollaro (più esattamente, i petrodollari). Lo stesso George Soros sta pesantemente speculando al ribasso a Wall Street. Sono tutti segni di una prossima depressione mondiale, da cui forse gli Stati Uniti potrebbero uscire solo con una prolungata guerra in Europa». A conferma del “pilotaggio” della crisi esplosa a Kiev, lo scoop del “Giornale”: in una telefonata alla “ambasciatrice” dell’Ue, Catherine Ashton, il ministro degli esteri dell’Estonia, Urmas Paet, dice che i cecchini che hanno sparato sulla folla di piazza Maidan non erano uomini di Yanukovich ma probabilmente «della coalizione appoggiata dall’Occidente».

Resta la domanda: perché gli europei non si sono resi conto della trappola mortale tesa a loro dagli Usa? E’ ormai chiaro, sostiene Tia, che secondo i piani dei registi delle Ong operanti in Ucraina (gente del calibro di George Soros e Zbigniew Brzezinski) è contemplata una guerra civile fra i russofoni dell’est e gli ucraini dell’ovest. «Pochissimi media occidentali – continua Tia – hanno trasmesso la registrazione trapelata del colloquio di Victoria Nuland, incaricata Usa della cura dei rapporti diplomatici con Europa ed Eurasia, con l’ambasciatore statunitense in Ucraina». La Nuland disponeva e comandava la composizione del nuovo governo di Kiev dopo aver cacciato Yanukovich, presidente pessimo ma regolarmente eletto. La “strategia della tensione” innescata a Kiev darebbe agli Usa e alla Nato «il pretesto di intervenire per “pacificare” l’Ucraina, stabilirsi minacciosamente nel Mar Nero e proiettarsi sempre di più nel Caucaso e verso il Mar Caspio, ricchissimo di risorse petrolifere e di gas».

Grazie alle nuove tecnologie di “fracking”, aggiunge Tia, la stessa Ucraina è diventata nel giro di pochi anni un campo d’interesse primario per esplorazioni e sfruttamento di nuove aree. Lo sviluppo di simili giacimenti (specie da parte di compagnie nordamericane) insidia direttamente la posizione dominante russa di Gazprom. Molto evidente anche la volontà di colpire la Cina, che in questa crisi è schierata con Putin: «I cinesi – rivela l’analista di Megachip – hanno di recente acquistato diritti di sfruttamento agricolo su circa 6 milioni di ettari di terre ucraine coltivabili. Cosa che ha fatto venire il sangue alla testa alla Monsanto e affini. Dico “aveva”, perché il governo fantoccio messo su dagli americani ha revocato subito i diritti concessi l’anno scorso ai cinesi». Per Carlo Tia, il rischio concreto è drammatico: «I meccanismi della guerra sono innescati. Se dovesse fare fino in fondo la sua corsa il gioco automatico delle alleanze, fra non molti giorni ci troveremo in guerra».

Nel piano bellico, secondo Tia, si collocano anche le dotazioni del Muos in Sicilia, l’installazione di scudi antimissile in Polonia, l’apertura di basi americane in Romania e Bulgaria, senza contare la Turchia, membro della Nato, che controlla gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Il governo di Ankara ha appena concesso a una grande nave da guerra Usa di entrare nel Mar Nero, in violazione della Convenzione di Montreaux, mentre ad Atene c’è una presenza navale ancora più pesante, la portaerei “George Bush”. Secondo la Russia, la convenzione che vieta l’ingresso nel Mar Nero di navi da guerra non appartenenti a paesi affacciati su quel mare, è già avvenuta in questi giorni con la comparsa della fregata statunitense “Taylor” e della “Mount Whitney”, nave-comando della Sesta Flotta».

Da questa crisi, è evidente, l’Europa ha tutto da perdere. Perché allora asseconda l’offensiva statunitense alla frontiera russa? «La Germania – scrive Tia – ha abboccato all’amo di una espansione verso un mercato ucraino di 46 milioni e mezzo di abitanti, previa distruzione del modello di economia sociale di mercato dell’Ucraina, e della sua industria, soprattutto all’est del Paese». E la Francia di François Hollande «è stata pesantemente minacciata a partire dal dossier iraniano nel corso del recente viaggio del presidente francese a Washington». Bocciata, di fatto, la missione a Teheran condotta da 140 grandi industriali francesi, «che avevano creduto al clima (fasullo) di buoni nuovi rapporti con l’Iran». Motivo: «Obama ha detto senza peli sulla lingua che tutte le relazioni della Francia (e dell’Europa) devono rispettare non solo le sanzioni che non sono ancora state tolte, ma anche quelle, soprattutto commerciali e finanziarie, che gli Usa dettano unilateralmente».

Un gioco pericoloso, che potrebbe chiamarsi Terza Guerra Mondiale, se gliUsa faranno precipitare la situazione con l’adesione dell’Ucraina all’Ue, spingendo i missili della Nato fino ai confini con la Russia. «La Cina, da parte sua, ben sapendo di essere il prossimo obiettivo, ha dichiarato di sostenere la Russia, ed è comunque sotto attacco, sia finanziariamente sia economicamente: il piano americano attuale consiste nel far deragliare l’economia cinese e poi destabilizzarla nelle regioni occidentali, che saranno, per la Cina, l’equivalente dell’Ucraina per la Russia». Di fatto, aggiunge Tia, il mondo si sta avviando ad una bipolarizzazione molto pericolosa: Cina e Russia da un lato, Stati Uniti e Europa al suo guinzaglio dall’altro lato. «È questa una tappa del disegno di dominio planetario degli Usa: ricreare un clima di tensione continua, di fronte alla quale gli europei non potranno che compattarsi attorno allo Zio Sam, per non buttarsi nelle braccia dell’altro blocco».

Fonte: Vox Veritas

CLAMOROSO / LA COMMISSIONE EUROPEA SCHIANTA RENZI & PADOAN: ”VIETATO USARE FONDI UE PER TAGLIO CUNEO FISCALE”(E ADESSO?)

Bruxelles – Altolà della Commissione europea all’ipotesi di utilizzare i fondi strutturali dell’Ue per anticipare il taglio del cuneo fiscale per le imprese, prima che siano pienamente disponibili le nuove risorse liberata dalla “spending review”. Rispondendo a questa ipotesi ventilata ieri, in un’intervista al Sole 24 Ore, dal neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, la portavoce del commissario Ue alle Politiche regionali, Johannes Hahn, ha puntualizzato che “le risorse della politica di coesione devono essere utilizzate per finanziare nuovi progetti che hanno vocazione a contribuire allo sviluppo. Non possono pertanto – ha sottolineato la portavoce in una nota – essere usate per coprire riduzione di imposte, come quella di un potenziale taglio del cuneo fiscale, cioè la differenza fra le imposte sul lavoro e il costo del lavoro, come suggerito da alcuni”. “All’Italia, come a qualsiasi altro Stato membro dell’Unione – ha proseguito la portavoce, Shirin Wheeler – stiamo quindi dicendo che le regole dei Fondi Ue permettono di finanziare con risorse nazionali, prima che i programmi del periodo 2014-2020 siano adottati dalla Commissione, progetti concreti per offrire, ad esempio, aiuti per le start up o per l’espansione produttiva e occupazionale dell’industria manifatturiera, oppure operazioni per ridurre la dispersione scolastica. Progetti che mirano a questi obiettivi sono considerati una priorità della politica dell’Ue”, ha continuato la portavoce. Ma, ha aggiunto, “Questi progetti dovranno in ogni caso essere sottoposti a una verifica a posteriori di coerenza con le regole dei Fondi con criteri di selezione e con la strategia dei programmi. Solo quando sarà trovato un accordo sulla strategia e sui programmi, la Commissione potrà rimborsare quei progetti con risorse comunitarie”, ha concluso Wheeler. In sostanza, si può anticipare con fondi nazionali il finanziamento di progetti che rientrano negli accordi con la Commissione, anche prima che siano definitivamente approvati, per poi rimborsare le risorse anticipate quando arriveranno i co-finanziamenti comunitari a seguito dell’adozione dei programmi. Ma è chiaro che i Fondi Ue non potranno in nessun caso finanziare, neanche come anticipo da rimborsare successivamente, operazioni come la riduzione del cuneo fiscale. In realtà, i tempi per la definizione dei progetti sono ormai molto stretti: l’Italia ha già inviato nel novembre scorso una bozza dell’Accordo di partenariato per l’impiego dei Fondi Ue, al quale la Commissione risponderà con le sue osservazioni la prossima settimana. La proposta definitiva di accordo dovrà pervenire a Bruxelles entro il 22 aprile, e tre mesi dopo dovranno essere sottoposti all’Esecutivo Ue tutti i programmi operativi regionali. Quanto ai fondi non utilizzati nel precedente periodo di programmazione 2007-2013, la Commissione ha avvertito che “non ci sono più margini di manovra” per nuove modifiche, dopo che sono già state approvate due successive riprogrammazioni, una con il ministro Fabrizio Barca (governo Monti) e l’altra, recentemente, con il ministro Carlo Trigilia (governo Letta). “Si tratta di denaro che è già stato impegnato in programmi e contratti”, hanno affermato fonti della Commissione. (ANSA) Fonte: Vox Veritas

Yatsenyuk, l’Uomo di Washington, Porterà l’Ucraina alla Rovina

Su Forbes, Kenneth Rapoza delinea la figura del nuovo primo ministro ucraino Yatsenyuk, voluto da Washington: il Mario Monti dell’Ucraina, un tecnocrate favorevole all’austerità, che come ormai è tristemente dimostrato porterà il paese sulla strada della rovina.

Il ministro ucraino ad interim, Arseniy “Yats” Yatsenyuk, potrebbe essere fatale per questa nazione disastrata.“Ricorderete la telefonata, trapelata e divenuta pubblica, tra l’ambasciatore ucraino e Victoria Nuland (Assistente Segretaria di Stato per gli affari europei), nella quale lei in pratica ha detto ‘vogliamo Yats al governo.’ A loro piace perché è pro-occidentale”, dice Vladimir Signorelli, presidente della società di ricerca in investimenti Bretton Woods Research LLC del New Jersey. “Yatsenyuk è quel tipo di tecnocrate di cui c’è bisogno se si vuole l’austerità, con una patina di professionalità”, ha detto Signorelli. “E’ il tipo di uomo che può andare a genio all’élite europea. Uno alla Mario Monti: non eletto e voglioso di obbedire agli ordini del FMI” ha dichiarato.

Mario Monti era un tecnocrate italiano centrista che ha fatto approvare un pacchetto di austerità comprendente aumenti delle tasse, riforma delle pensioni e misure per combattere l’evasione fiscale.

Per diverse settimane, l’Ucraina ha combattuto una battaglia politica interna tra ucraini filo-russi e filo-europei. Il conflitto è salito di livello in autunno quando il presidente ucraino Yanukovych ha deciso di optare per un accordo commerciale con Mosca anziché Bruxelles. La scorsa settimana, Yanukovych ha lasciato Kiev e si è diretto in una località imprecisata, si ritiene forse all’interno di una base navale russa.

Dopo che Yanukovych e l’opposizione politica avevano raggiunto un accordo per una transizione ordinata verso nuove elezioni, l’opposizione ha voltato velocemente le spalle all’accordo e si è impadronita di posizioni strategiche intorno a Kiev. Molti nella stampa occidentale dicono che il paese potrebbe dividersi.

Nonostante questi segnali inquietanti, l’ambasciatore ucraino Geoffrey Pyatt ha salutato la crisi come una “giornata storica”. La maggior parte dei media mainstream ha decisamente appoggiato la fazione anti- Yanukovych.

Il nuovo parlamento ucraino, di 450 seggi, giovedì scorso ha approvato la nomina dell’ex banchiere centrale Yatsenyuk con 371 voti favorevoli. Stranamente, all’inizio del mese scorso, il filo-occidentale Yats era una figura secondaria dell’opposizione, dietro a leader come l’ex pugile Viltali Klitschko e il capo del partito nazionalista Svoboda, Oleh Tyahnybok. Ma Yats ha gli amici giusti nei quartieri alti e anche se non ha un grande consenso elettorale, e non avrebbe alcuna possibilità di vincere un’elezione, egli è favorevole all’austerità suggerita dal FMI ed evidentemente lo è anche la maggioranza del parlamento.

“Yatsenyuk ha sostenuto che anche noi dovremo fare quello che hanno fatto i Greci in casa propria” ha detto Signorelli. “Vuole seguire il modello economico Greco. Ma chi diavolo vuol seguire un modello simile?”

Anche oggi, Yatsenyuk ha promesso di implementare “misure molto impopolari” per stabilizzare le finanze del paese. Il governo ha detto che ha bisogno di 35 miliardi di dollari per sostenere il paese nei prossimi 2 anni. Le sue parole, in un servizio di Bloomberg di oggi, suggeriscono che egli è incline a implementare una campagna di austerità potenzialmente destabilizzante:

“Le casse del Tesoro sono vuote. Faremo di tutto per non fallire. Se otteniamo il sostegno finanziario dal FMI e dagli USA, ce la faremo. Mi accingo a diventare il primo ministro più impopolare nella storia del mio paese”, ha dichiarato. “Ma questa è l’unica soluzione. Non prometterò risultati eclatanti. La cosa più importante e urgente è stabilizzare la situazione.”

Ha detto anche: “vogliamo che la Russia abbia relazione eque e trasparenti con l’Ucraina. Vogliamo essere partner della Russia… crediamo fermamente che non interverrà militarmente in Ucraina.”

Sotto la crisi politica divide et impera che monta in Ucraina, ci sono i suoi problemi economici. La valuta ucraina, la hryvnia, è scesa del 16% da inizio anno rispetto al dollaro, un calo record.

Non è chiaro quali saranno le misure che Yatsenyuk porterà avanti, ma la strada è quella dell’austerità. Che comprende una combinazione di aumento della pressione fiscale, rialzo dei tassi di interesse e ulteriore deprezzamento della valuta.

Yanukovych aveva resistito alla richiesta del FMI di aumentare le tasse e svalutare la moneta.

Yatsenyuk non esiterà. Per gli economisti che pensano che l’austerità sia un disastro, l’Ucraina è sulla strada della rovina.

“E’ un film già visto negli anni ‘90, quello che il FMI ha fatto in Russia con Yeltsin. Lo faranno all’Ucraina,” ha detto Signorelli. “Ricordate Slobodan Milošević in Yugoslavia? Dopo che il FMI ha finito con la Yugoslavia, era solo questione di tempo prima che i movimenti separatisti prendessero piede,” ha detto. “Penso che le cose in Ucraina possano prendere una piega molto, molto brutta.”