IL (BLOW) JOBS ACT NON RISOLVERA’ UN BEL NULLA

Trovo veramente disdicevole l’ipocrisia del presidente Napolitano che giudica “intollerabile” il livello di disoccupazione raggiunto nel nostro Paese, dal momento che, come tutti hanno capito, la disoccupazione è esplosa proprio in conseguenza delle politiche di austerità imposte da Monti e Letta su chiaro mandato dello stesso Napolitano. Trovo altrettanto nauseante l’enfasi con la quale il neopremier Matteo Renzi pone l’accento sull’indispensabilità di approvare in tempi rapidi il cosiddetto (blow) Jobs Act, ennesima truffa destinata in prospettiva ad aggravare ulteriormente il fenomeno disoccupazione. Del progetto di riforma in questione si è capito poco, e quel poco che si è capito fa letteralmente venire la nausea. Ebbene, al netto delle sottigliezze buone per confondere le acque, è bene ricordare che esistono fondamentalmente due distinte filosofie che sovraintendono il modo di approcciarsi al tema “occupazione”. La prima, che definiremmo di impostazione neoclassica, insegna che il mercato è capace da solo di trovare il suo punto di equilibrio, quindi, in presenza di elevata disoccupazione, l’unica cosa saggia da fare consiste nel ridurre salari e diritti. Il lavoro, considerato una merce al pari di tutte le altre, deve anch’esso sottostare alla dura legge della domanda e dell’offerta. La seconda, di matrice keynesiana, spiega al contrario come il livello di disoccupazione generale dipenda da un deficit di domanda effettiva. Perciò, nella misura in cui il privato non riesca da solo ad assorbire tutta la forza lavoro disponibile, spetterà ai pubblici poteri garantire quel surplus di spesa a debito necessario per raggiungere un equilibrio di piena e dignitosa occupazione. La prima delle due tesi, ovvero quella classica, ha monopolizzato il dibattito economico, accademico e politico dalla rivoluzione industriale fino all’avvento di Keynes. Per comprendere quale tipo di società produca in concreto il trionfo di una simile impostazione concettuale, consiglio a tutti la lettura de I Miserabili di Victor Hugo. In seguito alla terribile crisi del 1929, proprio con l’obiettivo di limitare gli effetti distorsivi tipici di un mercato lasciato a briglie sciolte, cominciano finalmente a farsi strada ipotesi alternative. Il keynesismo, che trova la sua più fedele e nobile applicazione nel New Deal rooseveltiano, permea il mondo occidentale dal dopoguerra fino agli anni ’80, consentendo alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni di vivere all’interno di società opulente, dinamiche, inclusive, nonché guidate da un anelito di uguaglianza e di giustizia sociale. I vecchi negrieri ottocenteschi, quelli che trovavano normale che i bambini lavorassero in fabbrica con turni massacranti e paghe da fame, hanno ora riconquistato la guida dei processi globali. Il Jobs Act di Renzi, influenzato dal neoliberista Ichino, rappresenta l’ennesimo frutto avvelenato prodotto dall’albero maligno. Intriso di quella teologia neoliberale già sperimentata dai vari Treu, Biagi e Fornero, la nuova proposta di riforma si pone su un piano di assoluta continuità con il recente e fallimentare passato. Se il lavoro manca, questo il succo del ragionamento, è colpa della burocrazia e delle troppe regole che rendono complicato o sconveniente assumere. Da qui l’ossessione per l’art. 18 e per la compressione salariale funzionale al finto mito della “competitività”. Questa lettura delle cose, interiorizzata anche dal buffone fiorentino di stanza a Palazzo Chigi, è assolutamente falsa. Il lavoro manca perché non c’è domanda. I consumi crollano, le imprese non vendono e, non vendendo, conseguentemente licenziano anziché assumere. La soluzione giusta per rimettere in piedi l’economia italiana sarebbe quella di predisporre il New Deal del nuovo millennio. Un mastodontico piano volto alla realizzazione di infrastrutture, materiali e immateriali, finanziato in deficit dallo Stato alla faccia di Merkel, Draghi, Olli Rehn, Barroso, Van Rompuy e compagnia cantante. Ma Renzi, già entrato nella sfera di influenza dei soliti Venerabili reazionari, non farà nulla di tutto questo. Reciterà viceversa con zelo il compitino che altri hanno scritto per lui, completando nei fatti il tragitto avviato dai suoi predecessori Monti e Letta. Tanto, per piangere lacrime di coccodrillo c’è sempre tempo. Perfino Schulz e Napolitano, protagonisti consapevoli della devastazione europea, denunciano infatti a parole le politiche ammazza-popoli da essi stessi preparate, avallate e imposte. In tanti, evidentemente, pur di non perdere il potere preferiscono smarrire la decenza.

Francesco Maria Toscano

Fonte: Vox Veritas

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