#INCREDIBILE: #BBC mostra un #aereo che disperde fumo bianco da un tubo sull’ala!

Nell’ambito di un servizio sull’aereo misteriosamente scomparso in Malaysia la celebre emittente BBC mostra un video dove si vede chiaramente un tubo posto sopra l’ala dell’aereo che disperde “fumo bianco”; le immagini sono chiare, e non lasciano spazio ad interpretazione. E’ evidente che non si tratta del motore del velivolo, anche se essendo il tubo ubicato nell’ala, sotto la quale sono posti anche i motori, da terra può dare l’impressione che sia il motore a rilasciare la scia…

Nel video si vede chiaramente che si tratta di un tubo, che disperde fumo bianco a grande pressione; una quantità di fumo tale da formare le classiche scie bianche che vediamo nei nostri cieli quotidianamente, e che qualcuno si ostina a dire che si tratta di vapore di condensazione, nonostante numerosi accademici, come il noto scienziato italiano Stefano Montanari, abbiano affermato pubblicamente che le scie che vediamo in cielo non sono normali”.

IL VIDEO DELLA BBC è VISIBILE QUI:
http://www.bbc.com/news/world-asia-26782637?SThisFB

Ora aspettiamo che i soliti debunker vengano a fornire una “spiegazione ufficiale“, ma ormai la frittata è fatta. MAI fino ad oggi erano state mostrate immagini di questo tipo, così come è evidente che su nessun velivolo – di linea o militare – siano presenti tubi come quello che si vede nel video, che emettono fumo bianco…

(segnalazione da scienza di confine FB)
Fonte: Informati, Italia
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ALCUNI #METODI PER RIDURRE GLI EFFETTI #NOCIVI DEL #CELLULARE

10 modi per ridurre la radiazione da uso del telefono cellulare.Il mondo ama i telefoni cellulari – tanto che ci sono più telefoni cellulari su questo pianeta che gente! Mentre questi dispositivi tecnologici sono in grado di offrire un servizio , possono anche essere un pericolo grave per la salute.

I telefoni cellulari emettono energia a radiofrequenza, una forma di radiazione non ionizzante. I nostri corpi assorbono questa radiazione ed difficile elaborarlo , può portare a numerose complicanze fisiche. Uno studio ha trovato che, in 10 anni di utilizzo del cellulare, aumenta il rischio di sviluppo di tumore al cervello del 290% . È interessante notare che lo sviluppo del tumore è stato trovato sul lato della testa in cui si è più utilizzato il cellulare.

E mentre i tessuti molli di tutti sono soprattutto (negativamente) influenzati dall’ uso del telefono cellulare, negli organi in via di sviluppo( la densità ossea inferiore del cranio, peso inferiore del corpo, e una meno efficace barriera emato-encefalica): i bambini sono molto vulnerabili alle radiazioni dei cellulari .

E facile capire perché proteggersi dalle radiazioni del telefono cellulare è più importante che mai. Di seguito sono riportati 10 suggerimenti per ridurre l’esposizione.

Protezione contro le radiazioni
1. Utilizzare il vivavoce sul tuo telefono cellulare quando si può avere una conversazione pubblica, o collegare il telefono cellulare a un auricolare o cuffie per tenerlo il più lontano possibile da te.

2. Tenere il telefono carico di batteria. Quando le barre sono basse sul tuo telefono cellulare si sta lavorando difficilmente per catturare un segnale dalle torri radio, il che significa che la radiazione che emette è ancora maggiore. Effettuare chiamate solo quando il segnale è forte. Considerare l’invio di sms quando non è possibile ricaricare il telefono.

3. Preferire l’invio di sms invece di parlare : pochi secondi piuttosto che minuti e riduce al minimo l’esposizione alle radiazioni.

4. Non parlare mentre si guida . Il movimento costante significa che il telefono sta cercando di fare più e più volte il contatto con le torri di telefonia cellulare, aumentando la sua frequenza, e quindi l’esposizione alle radiazioni.

5. C’è una lista dei 20 migliori telefoni per le emissioni a bassa radiazione . Il Samsung Galaxy Note è in cima alla lista – scusate utenti di iPhone!

6. Torniamo alla vecchia scuola : utilizzando un telefono fisso. Se hai meno di 20 anni, puoi ridere di questo suggerimento, ma i fissi non ti espongono alle radiazioni. Aspetta di parlare con il “best friend” a casa di tua nonna col suo vecchio telefono a muro. Il vostro cervello vi ringrazierà.

7. Non mettere il cellulare all’orecchio fino a quando una chiamata si connette : è in cerca di segnale.

8. Ridurre al minimo l’uso . Parlare di meno sul telefono e sarete esposti a meno radiazioni. So che questo è difficile per alcuni di noi, ma quando è possibile preferiamo le conversazioni in persona.

9. Tenere il telefono cellulare lontano da voi, mentre dormite o semplicemente quando non l’utilizzate.

10. Infine,e certamente molto importante: investire in una qualche forma di protezione contro le radiazioni. Ci sono molti prodotti in vendita, come il Global Healing Center a protezione di radiazione . È anche possibile proteggersi dalle radiazioni in casa mettendo un grande protettore campo elettromagnetico nella zona

Barroso ammette “UE pensata apposta per essere un antidoto ai governi democratici”

Il presidente della Commissione Europea , José Manuel Barroso, è arrivato ad ammetterlo pubblicamente. Quando ho letto le sue dichiarazioni, sono rimasto per quasi 5 minuti senza parole pensando “Ma in che mani siamo finiti?

Ecco le dichiarazioni del Presidente  della Commissione Europea, la più alta e potente carica in Europa che, purtroppo, ci rappresenta nel mondo:

“La ragione per cui abbiamo bisogno dell’Unione europea è proprio perché non è democratica. Lasciati a se stessi , i governi eletti potrebbero arrivare a fare ogni sorta di cosa semplicemente per guadagnare voti.
I governi democratici non hanno sempre ragione, se i governi democratici avessero avuto sempre ragione non avremmo la situazione che abbiamo oggi: le decisioni adottate dalle istituzioni più democratiche del mondo sono spesso molto sbagliate.”

E continua: “Questa è stata, in larga misura, la logica e l’obiettivo principale per l’unificazione europea. I padri fondatori avevano attraversato la Seconda Guerra Mondiale e ne sono usciti con una visione stanca di democrazia. Così hanno deliberatamente progettato un sistema in cui il potere supremo è esercitato da commissari nominati che non hanno bisogno di preoccuparsi dell’opinione pubblica. Essi – i padri fondatori – credevano che il processo democratico a volte ha bisogno di essere guidato, temperato, vincolato.”
Ora sapete che chi parla di democrazia dichiarandosi un sostenitore di questa Unione Europea, stà mentendo. In Europa non esiste nessuna democrazia, decidono 28 “super-commissari” nominati che “non devono preoccuparsi del consenso del popolo”. Noi lo abbiamo sempre sostenuto, ora abbiamo avuto la conferma dai diretti interessati.
Benvenuti in Europa, altro che URSS…
Fonte: The Telegraph
Ancora una volta, Nigel Farage aveva ragione:
“Anni fa la signora Thatcher ha capito che cosa si nascondesse dietro il progetto europeo. Ha capito che l’intento era quello di togliere la democrazia agli Stati nazionali per mettere quel potere in mano a persone che non possono essere chiamate a rispondere di ciò che fanno.”

Fonte: Informati, Italia

Brzezinski, il burattinaio della crisi ucraina

Chomsky l’ha definito «Signore del Nuovo ordine mondiale». È la mente della politica estera di Obama. Ha un’ossessione: rendere innocuo il Cremlino. [Franco Fracassi]


Brzezinski è la mente occulta della politica estera di Obama. Al Dipartimento di Stato la sua parola conta più di quella del segretario John Kerry.

Brzezinski è la mente occulta della politica estera di Obama. Al Dipartimento di Stato la sua parola conta più di quella del segretario John Kerry.

di Franco Fracassi

«È più facile ammazzare milioni di persone che controllarle». Così ragione la fredda mente ministro degli Esteri ombra di Barak Obama, dell’uomo che ha pianificato la crisi ucraina, facendola precipitare sul ciglio della guerra civile. Zbigniew Brzezinski è uno dei fondatori, insieme a David Rockefeller, della Commissione Trilaterale, è membro del Club Bilderberg e gran maestro della massoneria. È lui che ha pianificato l’invasione sovietica dell’Afghanistan, facendo cadere il Cremlino in una trappola. È lui che ha costruito il sindacato polacco Solidarnosc, portandolo ad avere un ruolo essenziale nella caduta del Muro di Berlino. È dalla sua mente che è nato il mito di Osama bin Laden e di Al Qaida. È lui che ha ideato il complesso sistema economico, politico, militare e mediatico che sta dietro le oltre venti rivoluzioni che hanno sconvolto il pianeta negli ultimi quattordici anni. «È il Signore del Nuovo ordine mondiale», l’ha definito Noam Chomsky.

Ha scritto il quotidiano britannico “The Guardian”: «Brzezinski sta facendo di tutto per impegnare la Russia e l’Europa in una guerra fredda che paralizzi le loro economie e la loro espansione. Secondo fonti interne al Dipartimento di Stato, il polacco non avrebbe alcun problema se la guerra si trasformasse da fredda a calda, se iniziassero a tuonare i cannoni. Per lui l’Ucraina non è che l’ennesimo teatro dove va in scena l’ennesimo tentativo di affondare le ambizioni egemoniche di Mosca. Chi se ne frega se poi qualche migliaio (o di più) di ucraini ci rimetterà la pelle, o se l’Europa resterà senza gas, o la Russia piomberà nel caos».


Brzezinski è membro del Club Bilderberg da più di trent’anni.

Brzezinski considera «l’Eurasia il perno della politica e dell’economia mondiale». In altre parole, sostiene che per dominare il pianeta bisogna controllare il vasto territorio che va dalla catena himalayana all’Europa orientale, passando per il Medio Oriente e il Mar Nero. Non è un caso che le guerre più devastanti, le rivoluzioni, i sommovimenti politici e il terrorismo degli ultimi trentacinque anni siano per lo più da circoscrivere in quell’area: l’Eurasia di Brzezinski.

«L’era tecnologica porterà a una società più controllata. Una società dominata da un’élite, estranea ai valori tradizionali. Presto sarà possibile effettuare una sorveglianza quasi continua su ogni cittadino, creando un gigantesco data base mondiale. Un data base che sarà in mano all’élite dominante». Il Brzezinski pensiero riassume pregevolmente lo scandalo datagate, originato dall’attività di spionaggio della National Security Agency. Il politologo polacco, però, non si riferisce al governo degli Stati Uniti, ma a un’élite. Per lui il potere non risiede dentro la Casa Bianca, bensì all’interno di esclusivi circoli politico-economico-militari. Che si riferisse al Bilderberg o alla Trilateral?


Brzezinski accanto a un giovane Osama bin Laden. È stato lui a creare il personaggio bin Laden. Molti, nel mondo dell’intelligence, sostengono che sia sempre lui ad aver creato al Qaida.

Nato a Varsavia nel 1928, Brzezinski è la mente della politica estera Usa da quando Nixon si è dimesso dalla Casa Bianca, e con lui ha abbandonato la scena Henry Kissinger. Il suo nemico numero uno era l’Unione Sovietica, per poi diventare, ossessivamente, la Russia. Il giornalista e scrittore Stephen Kinzer, uno dei maggiori esperti statunitensi di geopolitica ha scritto: «Dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, gli
Stati
Uniti
hanno instancabilmente perseguito una strategia di accerchiamento della Russia, proprio come hanno fatto con altri presunti “nemici” come Cina e Iran. Hanno portato nella Nato dodici Paesi dell’Europa centrale, tutti ex alleati di Mosca. Ora, le forze militari degli Stati Uniti sono ai confini della Russia. La crisi ucraina è in parte il risultato di un calcolo che sta plasmando la politica statunitense nei confronti di Mosca dai tempi della guerra fredda: ogni perdita della Russia equivale ad una vittoria americana, e qualsiasi fatto positivo per la Russia diventa automaticamente negativo per gli Stati Uniti. Si tratta di un approccio che intensifica il confronto, invece che allentarlo».

Ecco che cosa ha scritto Brzezinski della crisi ucraina: «L’Occidente dovrebbe subito dare legittimità al nuovo governo dell’Ucraina. L’incertezza sul suo status giuridico potrebbe tentare Putin a ripetere la sua farsa della Crimea. L’Occidente dovrebbe rendere esplicito che l’esercito ucraino può contare su aiuti occidentali immediati e diretti, in modo da rafforzare le sue capacità di difesa. Non si dovrebbe lasciare a Putin dubbio alcuno sul fatto che un attacco contro l’Ucraina comporterebbe un impegno bellico prolungato e costoso, e gli ucraini non dovrebbero temere in alcun modo di trovarsi abbandonati. Nel frattempo, le forze della Nato, in coerenza con il piano di emergenza dell’organizzazione, dovrebbero essere messe in allerta. Una dichiarazione di totale disponibilità a un immediato ponte aereo in Europa per le unità aviotrasportate statunitensi sarebbe politicamente e militarmente significativo. Se l’Occidente vuole evitare un conflitto non deve mostrare più alcuna ambiguità nei confronti della Russia riguardo alle conseguenze di un ulteriore uso della forza nel cuore dell’Europa».


Nel piano di Brzezinski la rivoluzione ucraina non è altro che un passo in più verso l’annientamento dell’Impero russo.

Ecco come si stanno traducendo in atti concreti queste affermazioni. Il segretario alla Difesa Usa, Chuck Hagel, ha detto che il Pentagono incrementerà la formazione congiunta delle forze Nato in Polonia e intensificherà le pattuglie aeree dell’Alleanza nei Paesi baltici. Una fregata lanciamissili, la USS Taylor, sopo aver pattugliato l’area costiera russa durante le Olimpiadi di Sochi è ancora ancorata in Turchia, in un porto del Mar Nero. Funzionari turchi hanno confermato, al “Washington Post”, di aver autorizzato una nave da guerra della marina statunitense ad attraversare lo Stretto del Bosforo nel Mar Nero, diretta al largo delle acque ucraine. Secondo “Russia Today”, «Il cacciatorpediniere USS Truxton si sta dirigendo verso il Mar Nero».

Un’escalation militare iniziata con il massacro di piazza Maidan (cinquantacinque morti solo tra i manifestanti), punto di non ritorno della rivoluzione ucraina. Eccidio per cui è stato accusato l’ex presidente Viktor Yanukovich (su di lui rischia di scattare un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità) e i suoi complici a Mosca.


Manifestazione di militanti di Svoboda, il partito nazista ucraino che ha condotto militarmente la protesta di piazza Maidan. Oggi Svoboda può contare su quatro ministri nel nuovo governo. Il simbolo sulle bandiere è quello della divisione Ss Galizien.

In realtà, come Popoff ha già scritto, la responsabilità è da attribuire a qualcuno all’interno della galassia dei dimostranti. In base a un’indagine fatta personalmente dal ministro degli Esteri estone (Paese appartenente alla Nato e, certamente, da annoverare nella schiera dei detrattori di Putin) Urmas Paet, a uccidere manifestanti e poliziotti sarebbero stati gli stessi cecchini, tiratori scelti che appoggiavano la protesta di piazza Maidan. Si sospetta, addirittura, possa essersi trattato di mercenari statunitensi atterrati segretamente a Kiev una delle notti precedenti al massacro.

Paet ha raccontato tutta la storia al ministro degli Esteri dell’Unione Europea Catherine Ashtone. Ma nulla è accaduto, se non un goffo tentativo della diplomatica britannica di smentire la telefonata e i risultati dell’inchiesta. Costringendo, così, il governo estone a riaffermare le sue conclusioni in una nota ufficiale: «Il nostro ministro degli Esteri ha confermato che la registrazione della sua conversazione con il capo della politica estera dell’Unione europea corrisponde alla realtà. Urmas Paet ha detto che i cecchini, che hanno sparato contro i manifestanti e la polizia a Kiev, sono stati ingaggiati dai leader di Maidan. Durante la conversazione, Paet ha sottolineato che “cresce ulteriormente la convinzione che dietro i cecchini non c’era Yanukovich, ma un elemento della nuova coalizione”. Il ministero degli Affari Esteri ha anche rilasciato sul suo sito internet una dichiarazione, in cui afferma che la registrazione della conversazione telefonica intercettata tra Paet e Ashton è “autentica”».


Una giornalista parla dal quartier generale dei manifestanti di piazza Maidan. Dietro di lei una svastica. Una parte rilevanti di quella protesta ha una chiara matrice nazista. Per Brzezinski non ha importanza con chi ti allei, purché sia nemico del tuo nemico.

Cosa curiosa, il nuovo governo ucraino ha deciso di non avviare alcuna inchiesta ufficiale sul massacro di piazza Maidan, la più sanguinosa strage avvenuta nel Paese dalla fine della seconda guerra mondiale.

Per Brzezinski le dimostrazioni e le rivoluzioni sono una cosa positiva solo se rientrano all’interno di una strategia eterodiretta, e solo se controllabili. «Il movimento mondiale di resistenza è fuori controllo, ed è guidato da un attivismo populista che minaccia di far deragliare la transizione verso un nuovo ordine mondiale. A causa dei nuovi mass media instantanei, come la radio, la television e internet, si è risvegliata l’illusione diffusa della coscienza politica di massa. Questa resistenza populista sta dimostrando di essere difficile da sopprimere».


L’idea di Brzezinski è di far sì che il mondo sia controllato da un’élite, grazie anche all’utilizzo spregiudicato della tecnologia e di internet.

Fonte: POPPOFF

Ecco le prove, rivoluzione ucraina pagata dagli Usa

«Fermiamo il nazismo ucraino». Chiaro riferimento alla direzione della protesta di piazza Maidan da parte di partiti nazisti e all’entrata nel nuovo governo di quattro ministri dichiaratamente ammiratori di Hitler.

Rivolta costata 5 miliardi di euro in due anni. Stipendiati anche i nazisti responsabili degli scontri di piazza. Alcuni gruppi addestrati militarmente in Estonia. [Franco Fracassi]

 

di Franco Fracassi

«Dopo avere organizzato la rivoluzione arancione del 2004, un fallimento totale, anche questo colpo di Stato a Kiev è stato organizzato dai servizi segreti americani». L’accusa non arriva dal presidente russo Vladimir Putin o dal defenestrato presidente ucraino Viktor Yanukovich. A farla è Paul Craig Roberts, direttore del Centro studi strategici e internazionali della Georgetown University. «La cosa più grave è che questi incompetenti, arroganti, ideologi non hanno previsto che l’unica forza organizzata dell’opposizione erano i due partiti neonazisti, che hanno immediatamente sfruttato la situazione per prendere il sopravvento ed emarginare i cosiddetti moderati, che ora non contano nulla. Questi neonazisti hanno ammazzato diversi poliziotti a sangue freddo, alcuni sono stati macellati, altri bruciati. Il loro primo atto di governo è stato il divieto di uso della lingua russa e altre provocazioni, come saccheggi alle case degli ex gerarchi. Ora la Casa Bianca e i suoi lacchè si trovano nella situazione o di ammettere di essere degli idioti oppure di negare a oltranza, mobilitando la propaganda e spingendosi sempre più in là nella provocazione verso i russi».

Cinque, centottantaquattro, duecento, cinquecento, duemila. Sono numeri che confermano le affermazioni di Roberts. Cinque sono i miliardi di dollari che l’Amministrazione Obama ha investito negli ultimi due anni per rovesciare il governo di Yanukovich, venti milioni a settimana. Centottantaquattro sono i milioni che il dipartimento di Stato ha elargito direttamente ai dimostranti di piazza Maidan. Duecento sono i dollari che quotidianamente sono stati versati a ogni «combattente attivo». Cinquecento ai «combattenti» che facevano parte di gruppi armati composti da almeno dieci persone. Duemila i dollari dati ai coordinatori dei manipoli di dimostranti che compivano azioni offensive contro agenti di polizia o rappresentanti delle autorità pubbliche. Cifre rivelate da “Jane’s Review”, la più autorevole rivista statunitense di cose militari e di inteligence. «Combattenti attivi e leader ricevono i pagamenti sui loro conti personali», aggiunge Jane’s. Su Youtube è apparso anche un video che mostra valige diplomatiche arrivate a Kiev via Lufthansa e scortate da dipendenti armati del Dipartimento di Stato Usa. Valigette contenenti banconote da cento dollari.

I combattenti di piazza Maidan sono stati stipendiati dal Dipartimento di Stato. Molti di loro sono nazisti.

Ma c’è anche dell’altro. “Intelligenceonline” ha documentato come molti dei gruppi neonazisti siano stati «preparati in basi militari della Nato». Uno tra tutti l’Una-Unso. «I suoi membri sono stati addestrati in Estonia alla guerriglia urbana a partire dal 2006».

Forse anche per questo, quando alcuni media denunciavano la presenza, anzi, il comando della protesta da parte dei neonazisti Washington ha fatto finta di nulla. Nulla, perfino quando ventinove leader politici ucraini hanno inviato una lettera aperta, alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti, denunciando «il sostegno occidentale alla campagna neonazista finalizzata al rovesciamento cruento di un governo democraticamente eletto».

Eppure non si trattava di suposizioni allarmistiche. Sarebbe bastato leggere l’articolo scritto da Simon Shuster su “TimeMagazine”, in cui si parlava apertamente di «criminali di destra che stanno dirottando la rivolta liberale in Ucraina. Al centro dei tafferugli un gruppo di picchiatori neonazisti chiamato “Spilna Prava” (Causa comune), le cui iniziali in ucraino sono Ss».

 

Foto scattata da un giornalista israeliano a un combattente di piazza Maidan apertamente definitosi mercenario straniero.

Oppure il colloquio tra il giornalista del “Guardian” Shaun Walker e uno dei coordinatori di piazza Maidan Andriy Tarasenko: «Per noi il problema non è l’Europa, infatti l’unione con l’Europa sarebbe la morte dell’Ucraina. L’Europa significa la morte dello Stato-nazione, della Cristianità. Vogliamo un’Ucraina per gli ucraini, governata dagli ucraini. L’obiettivo del gruppo è una rivoluzione nazionale».

O ancora l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, che ha dichiarato al “New York Times”: «Teppisti stanno attaccando la polizia, incendiano auto, assaltano edifici, creano un ambiente di distruzione. Questa gente è di chiara matrice nazista e antisemita».

La Casa Bianca, oltre che non volere, non poteva fare altrimenti perché la conduzione della sua politica con l’Europa dell’Est è affidata all’ex capo della Cia un Unione Sovietica (prima) e in Russia (poi), una neocon convinta, fedele all’ex Amministrazione Bush e al suo amico Dick Chaney. Il funzionario del Dipartimento di Stato in questione, Victoria Nuland, ha tenuto lo scorso 13 dicembre un discorso al National Press Club (sponsorizzato da US-Ukraine Foundation, Chevron e Ukraine-in-Washington Lobby Group), durante il quale si compiaceva del fatto che Washington avesse speso «cinque miliardi di dollari per fomentare l’agitazione e per trascinare l’Ucraina nell’Ue». Aggiungendo: «Una volta preda di Bruxelles, l’Ucraina sarebbe aiutata dall’occidente attraverso il Fmi».

Victoria Nuland insieme a tre dei leader della rivolta: a sinistra il leader del partito neonazista Svoboda (Oleh Tyahnybok); al centro il leader del partito Udar (Vitaly Klichko), nonché leader politico di piazza Maidan e alleato di Svoboda; a destra l’attuale primo ministro ucraino Arseniy Yachenyuk.

Per comprendere meglio il personaggio Nuland bisogna parlare di suo marito. Robert Kagan è anch’egli un neocon con il mito dell’eccezionalità rappresentata dagli Stati Uniti. Nel 2003 Kagan scrisse un libro dal titolo “Paradiso e Potere. America ed Europa nel Nuovo Ordine Mondiale”, nel quale scriveva: «L’ordine internazionale non è un’evoluzione, è un’imposizione. È il dominio di una visione sulle altre. Nel caso dell’America, il dominio dei principi del libero mercato e della democrazia, insieme ad un sistema internazionale che li sostiene. L’ordine attuale durerà solo fino a quando coloro che lo favoriscono e ne traggono beneficio manterranno la volontà e la capacità di difenderlo. A qualcuno pare assurdo che gli Stati Uniti debbano avere un apparato militare più grande di quelli delle altre dieci prime potenze militari messi assieme. Ma, probabilmente, è proprio quel divario nella potenza militare che ha giocato un ruolo decisivo nel mantenere un sistema internazionale che è storicamente unico, e in modo unico benefico per gli americani».

L’interventismo del duo Nuland-Kagan si è tradotto in Ucraina nell’infiltrazione di agenti statunitensi (ma forse erano di società private di mercenari) tra i manifestanti. In un video girato a piazza Maidan si vede la polizia speciale trattenere un uomo che mostra un tesserino appartenente all’International Police Association (Ipa). Più di un articolo (pubblicato anche da autorevoli testate internazionali) ha accusato l’Ipa di non essere altro che un’associazione di copertura della Cia.

Poi c’è la denuncia fatta anche da Popoff, in cui si segnalava lo sbarco notturno all’aeroporto di Kiev di trecento mercenari pagati dal Pentagono. Trecento soldati super addestrati spariti tra la folla dei dimostranti poche ore dopo il loro arrivo in Ucraina, e accusati di essere loro i cecchini responsabili del massacro di piazza Maidan.

Il presidente statunitense Barak Obama e il suo equivalente russo Vladimir Putin. Più che una questione interna, la crisi ucraina è cosa loro.

 

Fonte: POP OFF

E’ in arrivo la maxi-tassa per l’Europa: mille euro all’anno per persona per vent’anni L’ultimo mostro targato UE

E’ in arrivo la maxi-tassa per l’Europa: mille euro all’anno per persona per vent’anni

L’ultimo mostro targato UE: il Debt Redemption Fund (Fondo di Redenzione del Debito)

Altro che le buffonate del berluschino fiorentino! Altro che l’altra Europa dei sinistrati dalla vista corta! E’ in arrivo sul binario n° 20 (anni) un trenino carico di tasse targate Europa. Ma come!? E le riduzioni dell’Irpef dell’emulo del Berluska? Roba per le urne, che le cose serie verranno subito dopo.

Di cosa si tratta è presto detto. Tutti avranno notato lo strano silenzio della politica italiana sulFiscal Compact, quasi che se lo fossero scordato, magari con la nascosta speranza di un abbuono dell’ultimo minuto, un po’ come avvenne al momento dell’ingresso nell’eurozona per i famosi parametri di Maastricht.

Ma mentre i politicanti italiani fingono che le priorità siano altre, a Bruxelles c’è chi lavora alacremente per dare al Fiscal Compact una forma attuativa precisa quanto atroce. Anche in questo caso, come in quello dell’italica Spending Review, sono all’opera gli “esperti“: undici tecnocrati di provata fede liberista, guidati dall’ex governatrice della banca centrale austriaca, la signora Gertrude Trumpel-Gugerell. Entro marzo, costoro dovranno presentare al presidente della Commissione UE, Barroso, le proprie proposte operative. Poi arriverà la decisione politica, presumibilmente dopo il voto degli europei che di quel che si sta preparando niente devono sapere, specie se sono cittadini degli stati dell’Europa mediterranea.

Sul lavoro di questi undici taglieggiatori erano già uscite delle indiscrezioni. Ma ora che la scadenza si avvicina i rumors si fanno più precisi. Ed anche la stampa italiana, dopo le balle a iosa sui “successi” di Renzi a Berlino, comincia a scrivere qualcosa. Ha iniziato ieri l’altro Il Foglio, con il titolo «Dare soldi, vedere cammello. L’Ue fruga nelle nostre tasche». Ha proseguito ieri il Corriere della Sera che, quasi a voler bilanciare il trionfalismo filo-governativo, ha titolato: «I nuovi vincoli e quelle illusioni sul “fiscal compact”».

E bravo, per una volta, il titolista del Corriere: sul Fiscal Compact sembra proprio che sia arrivato il momento di abbandonare le illusioni. Naturalmente, per chi ce le aveva. Che non è il nostro caso.

Ma quale sarà la proposta degli undici, una strana squadra di calcio dove l’Italia, quasi fosse estranea al problema, non è neppure rappresentata?  Stando a quanto scrivono i due giornali italiani la proposta sarà incentrata su tre punti: Debt Redemption Fund, Eurobond, Tassa per l’Europa (anche se loro, ovviamente, non la chiameranno così).

Partiamo dal nuovo Fondo che si vorrebbe istituire, Debt Redemption Fund (DRF) secondo i più, European Redemption Fund (ERF) secondo altri, ma il nome non cambia la sostanza. In questo Fondo verrebbero fatti confluire i debiti di ogni Stato che eccedono il 60% in rapporto al pil. Per l’Italia, ad oggi circa 1.100 miliardi di euro.

Oh bella! Che si sia finalmente trovato il modo di mutualizzare il debito, come sperano gli euro-entusiasti e gli euro-speranzosi di centro-sinistra-destra? A farlo credere ci sono pure gli Eurobond, che a quel punto verrebbero emessi per far fronte alla massa del debito cumulata nel nuovo Fondo. Dunque anche i tassi di interesse della quota del debito italiano andrebbero a scendere. Una vera pacchia, se non fosse per la clausola che dovrebbe garantire – inautomatico – l’azzeramento del debito assorbito dal Fondo in un periodo di vent’anni.

Come funzionerebbe questa clausola? Secondo i due giornali citati, con un prelievo diretto da parte del Fondo su una quota delle entrate fiscali di ciascun stato debitore. Così, giusto per non rischiare. Leggere per credere.

Scrive ad esempio Antonio Pilati su Il Foglio: «In realtà l’idea degli esperti è a doppio taglio e la seconda lama fa molto male all’Italia: è infatti previsto che dal gettito fiscale degli stati partecipanti si attui ogni anno un prelievo automatico pari a 1/20 del debito apportato al Fondo. Nel progetto, le risorse raccolte dal fisco nazionale passano in via diretta, tagliando fuori le autorità degli stati debitori, alle casse del Fondo. Si tratta di un passaggio cruciale e drammatico tanto nella sostanza quanto – e ancora di più – nella forma».

E così pure Riccardo Puglisi sul Corriere della Sera: «L’aspetto gravoso per l’Italia è che la commissione sta anche pensando ad un prelievo automatico annuo dalle entrate fiscali di ciascuno stato per un importo pari ad un ventesimo del debito pubblico trasferito al fondo stesso. Il rientro verso il 60 percento avverrebbe in modo meccanico, forse con un eccesso di cessione di sovranità».

«Forse con un eccesso di cessione di sovranità», impagabile Corriere! Adesso non possiamo sapere con esattezza come andrà a finire, ed è probabile che la patata bollente verrà affrontata solo dopo le elezioni europee. Ma la direzione di marcia è chiara. La linea dell’austerity non solo non è cambiata, ma ci si appresta ad un suo drammatico rilancio, del resto in perfetta coerenza con i contenuti del Fiscal Compact, noti ormai da due anni.

Per l’Italia si tratterebbe di un prelievo forzoso – in automatico, appunto – di 55 miliardi di euro all’anno per vent’anni. Cioè, per parafrase lo spaccone di Palazzo Chigi, di mille euro a persona (compresi vecchi e bambini) all’anno, per vent’anni. Per una famiglia media di tre persone, 60mila euro di tasse da versare all’Europa.

Naturalmente si può dubitare che si possa arrivare a tanto. Ma sta di fatto che questa è l’ipotesi sulla quale l’Unione Europea – quella vera, non quella immaginata a forza di Spinelli – sta lavorando. Magari questa ipotesi estrema verrà limata ed abbellita, ma il punto di partenza è questo. E sinceramente non ci sembra neppure così strano, considerata sia la natura oligarchica dell’UE, che il dominio incontrastato della Germania al suo interno.

E’ la logica del sistema dell’euro e della distruzione di ogni sovranità degli stati che in questo sistema sono destinati a soccombere. Tra questi il più importante è l’Italia. E forse sarà proprio nel nostro paese che si svolgerà la battaglia decisiva.

Ma ora, per favore, che nessuno venga a dire che non si conoscono i termini del problema. Il sistema dell’euro, tanto antidemocratico quanto antipopolare, procede imperterrito per la sua strada. Le classi popolari hanno davanti 20 anni (venti) di stenti, miseria e disoccupazione. O ci si batte per il recupero della sovranità nazionale, inclusa quella monetaria, o sarà inutile – peggio, ipocrita – venire a lamentarsi della catastrofe sociale che ci attende.

Lo diciamo ormai da anni, ma il poco encomiabile lavoro degli undici esperti (vedi la scheda in fondo all’articolo per capire chi sono davvero questi taglieggiatori), ha almeno il merito di togliere ogni ragionevole dubbio. Gli eurocrati non si fidano proprio dei singoli stati, dunque basta con i vincoli da rispettare e/o sanzionare. Meglio, molto meglio, mettere direttamente le mani nel gettito fiscale di ogni stato da “redimere”. Questa è la novità. Ed è una novità che si commenta da sola.

PS – Che ieri, in questo quadro, il presidente del consiglio abbia definito anacronistico il parametro del 3% nel rapporto debito/pil può solo far sorridere. Anacronistico? Probabilmente sì, ma per l’UE esattamente nel senso opposto a quel che Renzi vorrebbe. Per lorsignori il vincolo del 3% è acqua fresca, ben presto il Fiscal Compact esigerà vincoli ben più stringenti: questa volta non semplici percentuali, sulle quali magari discutere, bensì denaro sonante attinto direttamente con una ben definita Tassa per l’Europa.

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SCHEDA

Chi sono gli undici taglieggiatori:

Gertrude Tumpel-Gugerell – Ex banchiera centrale austriaca, famosa per le operazioni speculative che misero in difficoltà la banca, è ora nel CdA di Commerzbank.

Agnés Bénassy-Quéré – Economista e docente presso diverse università francesi, ha lavorato al ministero delle finanze di Parigi.

Vitor Bento – Ex banchiere centrale del Portogallo, vicino al Partito Socialdemocratico di quel paese (centrodestra).

Graham Bishop – Consulente finanziario di altissimo livello, ultraliberista della prima ora, è stato membro influente della commissione che, negli anni ’90, preparò il passaggio all’euro.

Claudia Buch – Tedesca su posizioni liberiste. Esperta di mercati finanziari.

Leonardus Lex Hoogduin – Economista olandese, è stato advisor della Banca dei Regolamenti Internazionali.

Jan Mazak – Giudice slovacco. E’ stato avvocato generale presso la Corte europea di giustizia di Lussemburgo.

Belén Romana – Ex direttore del Tesoro spagnolo, attualmente amministratore delegato della Sareb, la “bad bank” cui sono stati conferiti gli asset tossici del settore immobiliare iberico.

Ingrida Simonyte – Ex ministro delle finanze della Lituania

Vesa Vihriala – Membro dell’Associazione degli industriali finlandesi (poteva mancare la Finlandia?), ex advisor di Olli Rehn.

Beatrice Weder di Mauro – Questa economista, che ha lavorato in passato per il Fondo Monetario Internazionale, è oggi nel board della ThyssenKrupp ed in quello di Hoffman-La Roche.

Fonte: Informati, Italia

Si chiama “Jobs act”, ma si traduce “precarietà”

Il governo delle larghe intese in versione televendita ha confezionato la sua offerta, anzi il baratto. Lo smantellamento totale e definitivo del contratto a tempo indeterminato per ottanta euro al mese in più in busta paga. Il predicatore americano con le sue belle slide ha chiarito che per la crescita bisogna rinunciare ai diritti, per la carità alle tutele. Tutto di guadagnato per loro, i padroni, niente di nuovo per noi, se non un’ulteriore passaggio verso una flessibilità sempre più selvaggia del mercato del lavoro. Il Jobs act di Renzi, il new deal del mercato del lavoro, si traduce nell’ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori iniziato con il Pacchetto Treu del 1997 proprio da quello stesso partito che oggi, seppur più “moderno e giovanile”, sta completando il progetto originario: istituzionalizzare la precarietà in nome della crescita, è l’Europa che ce lo chiede, c’era scritto su una slide.

Immediatamente è emerso che Confindustria sia stata la più colpita, a causa della mancanza di ulteriori sgravi fiscali, ma in realtà sulla regolamentazione del “mercato del lavoro” il grande regalo alle imprese e alle cooperative del Ministro Poletti rimane l’unica certezza. Il resto tutto fumo e promesse surreali. Tremonti con la sua finanza creativa in confronto era un dilettante.
Il jobs act si traduce nell’allungamento del contratto a tempo determinato fino a 36 mesi, durante i quali si può essere licenziati in ogni momento (senza la possibilità di ricorrere al giudice salvo per mobbing), e nella “semplificazione” del contratto di apprendistato. L’aumento in busta paga, il rafforzamento dei servizi per il lavoro, il cosiddetto sussidio universale (il Naspi), il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti ed i finanziamenti della Youth Guarantee (i fondi europei per combattere la disoccupazione giovanile), i soldi per le scuole e per il dissesto idrogeologico sono invece tutti rimandati alle commissioni parlamentari per l’approvazione della Delega al Governo. Conoscendo i tempi e gli equilibri della maggioranza in Parlamento significa rimandare l’approvazione delle misure a “tempo indeterminato”, potremmo dire bene in questo caso.
Rispetto alle proposte e dichiarazioni del ministro Poletti, la Fornero sembra una socialdemocratica d’altri tempi! Con il contratto a tempo determinato senza causale fino a 36 mesi (con la Fornero era fermo a 12 e prevedeva una cospicua interruzione tra un rapporto ed un altro) si permette l’assunzione senza una motivazione specifica nell’oggetto del contratto, quindi senza un reale motivo che giustifichi il termine temporale. Il contratto a tempo indeterminato come contratto “prevalente” (diceva la Fornero) va definitivamente in soffitta insieme allo spirito originario delle cooperative rosse, da tempo ricoperte di polvere, da ottimi profitti e dalla repressione nei confronti di chi osa ribellarsi ed organizzarsi per non cedere ai ricatti e allo sfruttamento.
Secondo Poletti la causale che giustificava l’assunzione a termine era un intoppo, un blocco burocratico, un motivo di contenzioso, non un diritto, una garanzia, una tutela. Se prima il termine temporale era un’eccezione dovuta ad esigenze produttive temporanee, oggi diventa la regola. A questa si aggiunge la completa liberalizzazione della proroga dei contratti a termine (che può essere reiterata più volte) all’interno del limite dei tre anni. Ciò significa che si possono stipulare innumerevoli rapporti di lavoro tra le stesse parti senza attendere neanche un giorno da un contratto ad un altro e senza indicarne il motivo. Con la scusa di favorire un unico rapporto rispetto alla giungla prodotta dalla legge Biagi, si individua un “contratto gabbia” che concede mano libera alle imprese e zero tutele ai lavoratori. “Doveva arrivare la svolta del contratto unico a tempo indeterminato – dice Michele Tiraboschi, giuslavorista della Fondazione Marco Biagi, non certo un comunista! – e invece il governo ha approvato il suo esatto contrario con una sostanziale liberalizzazione del contratto di lavoro a termine che oggi copre il 60% degli avviamenti al lavoro. Nel breve periodo la misura è senza dubbio utile per riattivare il mercato del lavoro – ed ecco il comunista! – anche se si pone in piena contraddizione, nel medio e nel lungo periodo, con la filosofia più volte annunciata dal jobs act di sostegno al lavoro di qualità e alla lotta la precariato”.
Altro regalo a Confindustria è la cosiddetta “semplificazione” dell’apprendistato. Si parte dalla diminuzione della retribuzione; non serve poi più il progetto formativo in forma scritta, scompare sia l’obbligo di assumere almeno il 30% degli apprendisti in organico, sia quello di integrare la formazione elargita dall’azienda con quella proposta dalle Regioni. Traduzione: rimangono gli sgravi fiscali e contributivi per chi assume e si esaurisce di fatto la formazione per l’apprendista. Un altro contratto che serve ad ingrossare la precarietà, ma che all’unisono i sindacati confederali, a partire dalla Camusso della Cgil, hanno fatto a gara immediatamente nel riconoscere un salto di qualità nell’intervento di Renzi, che finalmente “mette un po’ di soldi nelle tasche degli italiani”. Salvo accorgersi dopo qualche giorno che le risorse per il contentino degli 80 euro mensili in busta paga potrebbero derivare da un prelievo sulle pensioni e dall’ennesima revisione della spesa pubblica, con un’ulteriore mannaia verso i servizi pubblici, ciò che rimane dello Stato sociale ed un “piano di equiparazione” salariale e contrattuale tra il lavoro pubblico e quello privato, tutto al ribasso.
Se da un lato lo show sembra aver attecchito nei media nazional-popolari, dall’altro ci pensano i fautori e i garanti delle politiche economiche liberiste a riportare con i piedi per terra il Presidente del Consiglio: dal presidente della BCE Draghi al Fondo Monetario Internazionale, passando per il Sole 24 ore di Confindustria, dietro i facili trionfalismi al centro di tutto rimane la crisi sociale ed economica dell’Italia. I conti continuano a non tornare, poiché dalla questione di fondo non si scappa, ossia il problema strutturale del debito pubblico. Infatti nonostante il ridursi del costo per interessi di questi ultimi mesi, il debito pubblico in termini assoluti e in proporzione al Pil continua ad aumentare. Le ricette della Commissione europea rimangono sempre le stesse: riforme del mercato del lavoro, dello Stato sociale e così via. Ed ecco che un giorno Renzi deve fare proclami, presenziare “Porta a porta” e il giorno dopo deve rispondere ai dettami e vincoli di bilancio, al fiscal compact, alle dure leggi che l’economia di mercato impone col supporto della Troika.
L’unica rigidità che rimane indissolubile è che il prezzo da pagare per il risanamento dei conti dello Stato devono pagarlo le classi popolari. Renzi, a differenza dei suoi predecessori, ha ben compreso che la logica dei due tempi (prima il risanamento e poi lo sviluppo) non rende in termini di consenso. Per questo spariglia le carte, preferisce lanciare “riforme” che rimandano allo sviluppo, atte a modificare l’immaginario collettivo, quando poi la realtà rimane intatta insieme alle sue ricette ed effetti sociali, plasticamente rappresentati dalla notizia degli 8.500 esuberi previsti da Unicredit, di cui 5.700 in Italia a causa di un bilancio in rosso di 14 miliardi di euro, a fronte di 2 miliardi di profitti previsti per l’esercizio 2013.
Mentre qualcuno continua ad avere dubbi sulla possibilità che le “annunciazioni” e la flessibilità selvaggia targata Renzi possa essere minimamente di sinistra, le nostre idee e pratiche continuano ad essere legate ad una domanda imprescindibile: come rivoltare questa idea di forza-lavoro “usa e getta” dipendente dall’andamento del mercato globalizzato? Le risposte sono tutte da ricercare all’interno dei conflitti sociali, nei meandri di una classe da ricostruire all’interno delle lotte in grado di mettere in discussione i “diritti del capitale”, contribuire alla costruzione di movimenti sociali e politici per ricominciare a praticare l’esproprio, per riappropriarci di ciò che ci appartiene, strappare un salario minimo, così come un reddito sociale, che non solo ripristini il diritto al lavoro bensì il diritto a scegliersi il lavoro.

Fonte: NoCensura.com